La crisi arbitrale e un sistema già in ebollizione
Da settimane raccontiamo come la giustizia sportiva italiana stia attraversando una fase di tensione crescente, in cui la riforma della CAN A e il caso Zappi si intrecciano in un gioco di potere che rischia di ridisegnare l’intero equilibrio istituzionale del calcio italiano. La FIGC spinge per scorporare la gestione degli arbitri di Serie A e B dall’AIA, creando un nuovo organismo “autonomo” che dovrebbe ispirarsi al modello inglese del PGMOL. In realtà, come abbiamo già evidenziato, si tratterebbe di un ente controllato direttamente da FIGC e Leghe, con un livello di autonomia molto inferiore rispetto a quello britannico.
In questo contesto, l’AIA guidata da Antonio Zappi rappresenta l’ultimo baluardo di un sistema che, pur con i suoi limiti, garantisce una certa indipendenza tecnica. Non è un caso che proprio mentre l’AIA esprime la sua contrarietà alla riforma, la Procura Federale apra un’indagine contro il suo presidente. Una coincidenza che avevamo già definito sospetta e che ora trova conferme ancora più solide.
Il deferimento “puntuale” e la conferma dei sospetti
Il 15 dicembre 2025, Il Fatto Quotidiano pubblica un’inchiesta firmata da Lorenzo Vendemiale dal titolo “Bufera sugli arbitri, il presidente Zappi deferito al Tribunale Figc: la strana inchiesta e le ombre di una manovra politica”. Il giornale parla apertamente di un deferimento “puntuale”, quasi annunciato, che arriva esattamente nel momento più utile per chi vuole ridisegnare la governance arbitrale.
Secondo l’articolo, l’inchiesta entra nel vivo solo dopo che Zappi ha espresso la sua contrarietà alla riforma voluta da Gravina. È un dettaglio che pesa più di qualsiasi interpretazione: la tempistica non è casuale, ma sembra rispondere a una logica politica precisa. Il Fatto conferma ciò che avevamo già intuito: il caso disciplinare è diventato uno strumento per indebolire l’AIA e spianare la strada alla nuova struttura arbitrale.
Le anomalie dell’inchiesta e un copione già visto
L’inchiesta del Fatto mette in luce una serie di elementi che rendono la vicenda ancora più opaca. Le versioni del denunciante risultano contrastanti, l’esposto non viene consegnato alla Procura ma a un avvocato vicino alla FIGC, e la contestazione si basa sul solito articolo 4 del Codice di Giustizia Sportiva, quello sulla “lealtà sportiva”, spesso utilizzato come passepartout quando mancano violazioni concrete.
A rendere il quadro ancora più inquietante è il rifiuto del patteggiamento richiesto da Zappi. Il procuratore Chiné decide di non accettarlo, segno evidente che la Federazione punta a una squalifica pesante, come già accaduto con Trentalange, poi assolto in tutte le sedi. È un meccanismo che si ripete: prima si colpisce, poi eventualmente si assolve, ma intanto l’obiettivo politico è raggiunto.
Il vero obiettivo: la “PGMOL italiana” senza l’AIA
Il Fatto conferma anche il cuore della nostra analisi: la FIGC vuole creare un nuovo soggetto per gestire l’élite arbitrale, escludendo completamente l’AIA. Si tratterebbe di una società con soci FIGC e Lega Serie A, non l’AIA, e la direzione tecnica verrebbe affidata a Gianluca Rocchi, figura vicina ai vertici federali ma ormai in rotta con l’Associazione.
La riforma, dunque, non è un semplice aggiornamento organizzativo, ma un vero e proprio cambio di regime. L’obiettivo è sottrarre all’AIA il controllo degli arbitri di vertice e affidarlo a un organismo più permeabile alle logiche federali. Il richiamo al modello inglese appare sempre più come una foglia di fico: il PGMOL è autonomo, mentre la versione italiana sarebbe un ente controllato dall’alto.
Il ruolo di Viglione e le dinamiche politiche dietro l’esposto
Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta riguarda il ruolo dell’avvocato Viglione, figura vicina alla FIGC. L’esposto contro Zappi non arriva alla Procura, ma a lui. E Ciampi, uno degli accusatori, si rivolge proprio a Viglione dopo aver parlato con Zappi. È un dettaglio che suggerisce una dinamica politica più che disciplinare, un percorso anomalo che rafforza l’idea di un’operazione costruita a tavolino.
Questo passaggio, da solo, basterebbe a sollevare dubbi sulla genuinità dell’inchiesta. Ma inserito nel contesto della riforma CAN A, assume un significato ancora più chiaro: l’obiettivo non è accertare una violazione, ma rimuovere un ostacolo.
La resistenza di Zappi e il rischio di un sistema allo sbando
Nonostante il deferimento, Zappi non ha intenzione di dimettersi. In una comunicazione agli associati ribadisce la sua totale estraneità e si dice pronto a rendere pubblici gli atti dell’inchiesta. È un gesto di trasparenza, ma anche un segnale di quanto sia consapevole della posta in gioco.
Il Fatto, però, chiude con una previsione amara: dopo le feste, al deferimento seguirà la condanna. È una frase che suona come un verdetto già scritto, e che lascia intuire quanto sia difficile per Zappi resistere a un meccanismo che sembra già avviato. Nel frattempo, gli arbitri continuano a sbagliare ogni domenica, e il sistema rischia di implodere sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.
Conclusione: non più sospetti, ma un quadro chiaro
Quello che avevamo raccontato nelle scorse settimane trova ora conferma in un’inchiesta giornalistica autorevole. Non siamo più nel campo delle ipotesi, ma davanti a un disegno politico evidente: indebolire l’AIA, rimuovere Zappi, creare un ente controllato da FIGC e Leghe e affidarlo a Rocchi.
La riforma CAN A non è modernizzazione, ma centralizzazione. Il caso Zappi non è un incidente, ma un grimaldello. E il calcio italiano, ancora una volta, si trova davanti a un bivio tra autonomia e controllo, tra indipendenza e potere. La strada che verrà scelta determinerà non solo il futuro degli arbitri, ma la credibilità stessa della giustizia sportiva.
FONTE: Il Fatto Quotidiano