“La Juventus non ha mai avuto un processo. E ora siamo noi tifosi a dover riscrivere la storia.”
C’era una volta una narrazione. Quella di Calciopoli come “giustizia sportiva”, di una Juventus colpevole, da punire per ristabilire l’etica del calcio italiano.
A distanza di quasi vent’anni, il tempo ha fatto a pezzi quella favoletta, e chi ancora la racconta lo fa per mestiere o per paura.
Ma in una serata intensa, trasmessa da Radio Bianconera e promossa dalla Fondazione Identità Bianconera, Luciano Moggi torna a parlare davanti ai tifosi. E lo fa senza freni, col tono di chi non ha più nulla da perdere ma molto da restituire: verità, documenti, nomi, responsabilità.
“Una giustizia che cambiava con il CAP”: Milano assolve, Napoli condanna
Una delle denunce più gravi arriva quando Moggi mette a confronto due sentenze della giustizia ordinaria:
“La Corte d’Appello di Milano, lette le stesse intercettazioni, assolve. Quella di Napoli invece condanna. Ma di che giustizia parliamo?”
L’evento insiste su una verità drammatica: le stesse prove portano a esiti opposti. A seconda del tribunale, cambia la colpa. Cambia la storia.
Ma non solo. L’ex direttore generale entra nel merito delle intercettazioni “selettive” e delle pressioni politiche, citando un passaggio mai raccontato abbastanza:
“C’è un’intercettazione dove Galliani dice a Meani di dire a Paparesta che la sua pratica è in mani perfette, quelle di Gianni Letta.”
Un altro nome, un altro vertice, un altro cerchio magico attorno al Milan che non subì nulla. E intanto la Juventus…
“A me non interessa riabilitarmi. Mi interessa che la Juve non venga più calpestata”
Parole di Luciano Moggi, tra applausi e silenzi consapevoli. Il direttore generale della Juventus dei nove scudetti sul campo ha aperto il dibattito con un punto preciso:
“Non mi interessa riabilitare me stesso, io nella giustizia ordinaria sono già stato assolto. Mi interessa che la Juventus venga difesa dai suoi stessi dirigenti, cosa che in questi anni non è mai accaduta.”
Moggi ha ricostruito con freddezza e dovizia i passaggi fondamentali: dalla sentenza 216/2015 che lo ha assolto in via definitiva (“non costituì illecito sportivo”), alla relazione Palazzi del 2011, rimasta chiusa in un cassetto, che riconosceva l’illecito sportivo dell’Inter e l’inammissibilità della revoca del 2006 per prescrizione dei termini.
E allora la domanda, posta al pubblico, è bruciante:
“Chi ha fatto scadere i termini? Chi ha permesso all’Inter di uscire pulita, mentre la Juve veniva esposta alla gogna?”
La menzogna dell’equidistanza: due pesi, due misure
Un altro punto centrale, condiviso da tutti gli intervenuti: la doppia velocità della giustizia sportiva.
Gravina che, nel 2023, giustifica la rapidità della condanna per plusvalenze con “l’efficienza della FIGC”. Ma, sugli stessi articoli, in casi di Roma, Napoli, Inter, invoca “prudenza”, “attesa della giustizia europea”, “tempi lunghi”.
L’avvocato della Fondazione lo dice chiaramente:
“Non vogliamo persecuzioni contro le altre squadre. Vogliamo la parità di trattamento. Se la Juve va condannata in 20 giorni, lo stesso valga per tutti.”
I documenti che nessuno legge (e che i media non raccontano)
Durante l’incontro, è stato distribuito e letto in parte il testo della sentenza 2166 del 2018, quella che – testualmente – definisce “legittimo il dialogo con i designatori, se non finalizzato all’alterazione del risultato sportivo”.
Un passaggio fondamentale, che demolisce la narrazione secondo cui parlare con i designatori era illecito di per sé.
E qui Moggi ricorda che Facchetti lo faceva costantemente. E lo faceva in modo tale da essere, nella relazione Palazzi, “il dirigente il cui comportamento più si avvicina alla violazione dell’articolo 1 e 6 del codice sportivo”.
“Facchetti faceva lobbing con gli arbitri. Ma non solo: Galliani chiamava Paparesta dicendogli che ‘la sua pratica è in buone mani, quelle di Gianni Letta’. Eppure… tutto dimenticato.”
Il sequestro mai esistito. Ma raccontato 1000 volte.
Uno dei momenti più toccanti è quello del racconto dell’episodio di Reggio Calabria, usato dalla stampa per creare il mito del “sequestro dell’arbitro Paparesta”.
Moggi, con voce ferma:
“La procura archivò tutto. Scrissero che il fatto non sussiste. Eppure… in Argentina sono conosciuto come ‘quello che ha sequestrato un arbitro’. La verità non interessa a nessuno, la favola fa più comodo.”
E a proposito di favole, l’avvocato della Fondazione arriva al presente:
“Oggi si dice che la Juve correggeva le fatture a penna. Ma come fai a correggere a penna una fattura elettronica? È la stessa logica: raccontare una cosa mille volte fino a farla diventare verità.”
I tifosi non sono clienti. Devono tornare ad essere parte viva del club.
È qui che il discorso si fa politico. Non partitico, ma sportivo. I tifosi juventini non possono più essere passivi. L’appello della Fondazione è chiaro:
“Noi siamo clienti solo per la Juve di oggi. Ma se siamo clienti, allora ci dobbiamo comportare da clienti: pretendere il rispetto del contratto. E il contratto è: rispetto per la maglia, per la storia, e per la verità.”
E ancora:
“Siamo una goccia ciascuno, ma un temporale si scatena goccia dopo goccia. Dobbiamo far rifiorire i principi dello sport.”
È la parte più civile, ma anche la più politica dell’evento. Dove si chiede ai tifosi di non delegare più. Di studiare le carte (come fa il Legal Team), di pretendere parità di trattamento, di rifiutare la narrazione tossica di chi si è arricchito demolendo un club simbolo del calcio italiano.
I mandanti del silenzio: Gran Stevens, Montezemolo… non Elkann
Durante il dibattito, uno spettatore prende la parola e fa una domanda che da vent’anni aleggia tra i corridoi dell’informazione bianconera:
“Direttore, ma chi fu il mandante dell’avvocato Zaccone? Chi decise quella linea difensiva suicida che portò alla Serie B senza appello?”
La risposta di Luciano Moggi è secca, senza esitazioni:
“Fu Gran Stevens.”
E aggiunge:
“Gran Stevens aveva due obiettivi: salvare l’onorabilità della famiglia e contenere i danni per la holding. Non gli interessava la Juventus come squadra, come club, come storia.”
Un nome e un volto, finalmente. Perché per troppo tempo – e lo ammettono anche i tifosi della Fondazione Identità Bianconera – le accuse sono finite su chi stava più in alto, o su chi rimaneva defilato e non si esponeva pubblicamente.
John Elkann, negli anni, è stato bersaglio di accuse pesantissime: di essere stato il regista dell’autodistruzione, il silenzioso esecutore del piano anti-Juve.
Ma oggi, grazie a queste parole e a questi eventi pubblici, inizia a emergere una verità diversa.
Secondo Moggi, fu proprio Montezemolo – allora uomo forte di Confindustria, Ferrari e figura centrale nella galassia Exor – a bloccare ogni possibilità di ricorso al TAR.
Una scelta determinante, perché avrebbe potuto riaprire i giochi e difendere la Juventus anche sul piano giurisdizionale, ma che invece sancì l’isolamento del club.
“Quando capirono che il processo poteva toccare più in alto, bisognava spegnerlo. Sacrificare la Juve per salvare le posizioni della proprietà nel sistema-Italia.”
Un’accusa chiara, diretta, che ribalta la narrazione storica alimentata per anni da silenzi, ambiguità e colpe distribuite a caso.
Non fu Elkann. Non fu Andrea Agnelli.
Fu una precisa scelta di palazzo. E oggi, finalmente, conosciamo i nomi.
Verso l’Europa. Una battaglia di diritto e memoria
Il dibattito si chiude con la speranza concreta: il ricorso di Giraudo e Moggi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Una nuova speranza, ma anche un monito:
“Non dobbiamo aspettare che l’Europa faccia giustizia. Dobbiamo intanto farla noi, nei tribunali dell’opinione pubblica, con i fatti e con i documenti.”
L’ultima parola all’avvocato Durante:
“Ogni tifoso della Fondazione è una goccia. Insieme, possiamo diventare un temporale. E far rifiorire la passione pulita per lo sport. Ma serve coraggio. Serve coscienza. E serve che la Juventus, finalmente, torni a farsi sentire.”