Mondo Juventus

L’Uomo Invisibile della Juventus

Massimo Brambilla, il custode dei talenti bianconeri

C’è un uomo a Vinovo che non compare quasi mai sulle prime pagine, non rilascia interviste incendiarie, non alimenta polemiche. Eppure il suo lavoro vale, in termini di plusvalenze generate e talenti consegnati al calcio che conta, più di cento copertine. Si chiama Massimo Brambilla, è nato a Vimercate nel 1973, e da qualche anno è diventato — silenziosamente, quasi per inerzia naturale — il personaggio più importante della Juventus che nessuno conosce davvero.

Il centrocampista che vinse con Maldini

Per capire Brambilla bisogna partire da lontano, da un ragazzo che cresce nel settore giovanile del Monza e debutta in prima squadra nella stagione 1990-1991, in Serie C1. L’anno seguente conquista la promozione in Serie B, primo assaggio di quella mentalità costruttiva che caratterizzerà l’intera sua vita calcistica.

Come giocatore non è un fuoriclasse, ma è solido, intelligente, dotato di tecnica e visione di gioco. La sua carriera si sviluppa tra Serie A e B, vestendo maglie importanti come quelle di Reggiana, Parma, Bologna, Torino, Siena, Cagliari e Monza. Al Parma vive due stagioni di spessore, lavorando anche con Carlo Ancelotti in panchina. Con il Cagliari disputa una stagione da quaranta presenze, quella 2003-2004, che si conclude con la promozione in Serie A dei sardi.

Ma il momento più luminoso della sua carriera da calciatore arriva con la maglia azzurra. Vince l’Europeo Under 21 con Cesare Maldini nel 1996 e gioca le Olimpiadi di Atlanta nello stesso anno. Diciassette presenze con la Nazionale giovanile, il titolo continentale: un’eredità che pochi ricordano e che lui, invece, porta con sé come bussola nel lavoro con i giovani.

Il ritiro arriva nel 2010, a 37 anni, al Pergocrema, suo ultimo club da calciatore. Non è un addio rumoroso. È semplicemente la fine di una fase e l’inizio di un’altra, con la stessa discrezione che ha sempre contraddistinto il personaggio.

L’apprendistato silenzioso: da Novara all’Atalanta

Dal campo passa subito alla panchina, occupandosi sempre di giovani. Prima al Pergocrema, poi cinque anni con il Novara, dove ottiene anche il patentino UEFA Pro. Sono anni di studio, di costruzione di un metodo, di comprensione di come si forma un calciatore nei passaggi cruciali tra l’adolescenza e il professionismo.

Nel 2015 arriva la svolta. Entra a far parte dello staff tecnico dell’Atalanta, con la quale inizia nell’Under 17. A Bergamo, in un club che stava costruendo uno dei settori giovanili più avanzati d’Europa, Brambilla trova il suo habitat naturale. Diventa il re delle Primavere: alla guida della Dea, vince due Scudetti consecutivi, nel 2019 e nel 2020, forgiando talenti e imponendo un calcio propositivo.

I nomi di quei ragazzi formati a Bergamo pesano come macigni nel calcio italiano e internazionale di oggi. Dalle sue mani passano Dejan Kulusevski, Marco Carnesecchi, Alessandro Bastoni, Enrico Delprato, Nadir Zortea, Nicolò Cambiaghi, Roberto Piccoli, Matteo Ruggeri, Giorgio Scalvini e Raoul Bellanova. Una squadra della memoria che potrebbe competere ad alto livello nella Serie A attuale. Le plusvalenze generate da quella generazione parlano da sole: Ruggeri ceduto per 17 milioni, Bastoni per 31, Kulusevski per 39.

Sette anni all’Atalanta, una bacheca ricolma di trofei giovanili, e una reputazione costruita mattone su mattone: quella di un allenatore che sa vedere nei ragazzi quello che ancora non esiste, e poi farlo emergere.

La chiamata della Juventus: la prima esperienza bianconera (2022-2024)

Nell’estate del 2022, la Juventus decide di puntare su di lui per la Next Gen, la seconda squadra bianconera che milita in Serie C. È una scommessa precisa: portare nella struttura che deve formare i campioni del futuro la stessa filosofia che aveva reso il settore giovanile atalantino il migliore d’Italia.

Il percorso di Brambilla inizia con una stagione di assestamento, quella 2022-23, in cui il tecnico getta le basi del suo credo calcistico: un gioco propositivo, coraggioso e finalizzato alla crescita del singolo all’interno di un sistema collettivo. I risultati in campionato sono alterni — la squadra chiude tredicesima — ma il primo segnale della nuova mentalità arriva con una cavalcata memorabile in Coppa Italia di Serie C. Alla prima stagione conduce i bianconeri fino alla finale di Coppa Italia Serie C, persa poi contro il Vicenza. Una finale mai raggiunta prima dalla seconda squadra juventina: piccolo capolavoro di costruzione di un gruppo in tempi brevi.

In quella stagione, in panchina con lui scorrono nomi che sarebbero diventati parte del patrimonio calcistico europeo. Giocatori come Huijsen, Soulé, Iling-Junior e Yildiz mostrano il loro immenso potenziale nelle partite in cui vengono chiamati in causa con la Next Gen. Uno di quegli episodi racconta tutto del metodo Brambilla meglio di qualsiasi statistica: a dicembre del 2022, Yildiz e Huijsen giocano l’ultima partita contro il Pineto davanti a 140 persone; la settimana dopo Yildiz segna in Serie A contro il Frosinone. Il salto è verticale, ma non improvviso: è il frutto di un lavoro quotidiano di fiducia, responsabilità e preparazione.

La stagione successiva, 2023-2024, è quella della conferma. La Juventus Next Gen appare più matura, consapevole dei propri mezzi e con un’identità di gioco ben definita. Grazie al settimo posto finale nel girone B di Serie C, centra l’accesso ai playoff, in cui la Next Gen supera il primo turno e raggiunge la fase nazionale, venendo eliminata ai quarti di finale dalla Carrarese — vincitrice finale del torneo — a causa del peggiore piazzamento conseguito in stagione regolare. L’eliminazione fa male, ma il percorso complessivo — due anni, una finale di Coppa Italia, un quarto di finale playoff — racconta di un progetto che funziona.

Poi, nell’estate del 2024, la separazione. La Juventus decide di affidare la panchina della Next Gen a Paolo Montero, che arrivava dall’interim in prima squadra dopo l’esonero di Allegri. Brambilla lascia Torino a testa alta, con numeri solidi — 93 partite totali e una media di 1,45 punti a partita — e una lista di talenti consegnati al calcio dei grandi che non ha precedenti nella storia della seconda squadra bianconera.

La parentesi Foggia: quando il mondo reale è diverso

Il 21 giugno 2024, Brambilla assume la guida tecnica del Foggia, in Serie C, diventando per la prima volta allenatore di una prima squadra vera, con storia, tifosi e pressioni ambientali di tutt’altra natura.

L’avventura dura settantasei giorni. L’esperienza a Foggia si chiude con 5 punti e 12 gol incassati in 6 gare. Le parole del patron Canonico all’atto dell’esonero sono dure: chiede persino le dimissioni spontanee di un allenatore che, nella sua visione, avrebbe dovuto riconoscere da solo il fallimento. È uno scontro di culture calcistiche oltre che di risultati: Brambilla, abituato a costruire nel tempo, si trova in un ambiente che chiede risposte immediate e non è disposto ad aspettare.

La parentesi foggiana è rivelatrice non per quello che non riesce a fare, ma per quello che conferma: Brambilla è un allenatore specializzato in un compito preciso, quello di formare e valorizzare. Toglierlo da quell’ambiente e calarlo in una piazza di Serie C con aspettative di risultato puro è come chiedere a un chirurgo cardiaco di fare il medico di pronto soccorso. Le competenze non mancano, ma il contesto è fondamentalmente diverso.

Il ritorno: la seconda vita bianconera

La storia, a volte, ha il senso del teatro. Il Foggia che ha esonerato Brambilla è la stessa squadra che, poche settimane dopo, affronta la Juventus Next Gen di Paolo Montero — nel frattempo finita all’ultimo posto in classifica con una sola vittoria in quattordici partite. Il cerchio si chiude il 12 novembre 2024: la Juventus richiama Brambilla dopo l’esonero di Montero, con la squadra ancorata all’ultimo posto.

È un ritorno senza grancassa. Brambilla torna a Vinovo, prende in mano un gruppo che ha perso fiducia in sé stesso, e applica quello che sa fare meglio: ricostruire. Con la nuova gestione tecnica, la squadra cambia volto e nel giro di un semestre risale repentinamente la classifica, passando dal rischio retrocessione alla qualificazione playoff, peraltro ottenuta con un turno di anticipo.

Nel suo secondo ciclo alla Next Gen, Brambilla colleziona altre 34 partite con una media punti di 1,71 superiore a quella della prima esperienza. I numeri raccontano di un allenatore che, tornato a casa, rende ancora di più.

È in questo contesto che matura il momento più straordinario della sua carriera. Il 29 ottobre 2025, dopo l’esonero di Igor Tudor — otto partite senza vittorie, quattro consecutive senza gol — la Juventus lo promuove temporaneamente alla guida della prima squadra. Ha così modo di debuttare in panchina in Serie A, in occasione della vittoria interna per 3-1 contro l’Udinese, prima di lasciare l’incarico a Luciano Spalletti. Una partita sola, una vittoria, e poi un passo indietro dignitoso verso il suo posto naturale. La scelta di Claudio Chiellini di richiamare Brambilla emerge come la più azzeccata possibile: oltre alla crescita dei giovani, ne emerge la seconda grande abilità, quella di essere un equilibratore, di gestire lo spogliatoio, dargli tranquillità quando la squadra non trova una via d’uscita dalle difficoltà.

Il metodo, i giovani, l’eredità

Quali sono i confini del lavoro di Brambilla alla Juventus? Basta guardare l’elenco di chi è passato dalle sue mani. In bianconero ha formato Huijsen, Iling-Junior, Barbieri, Barrenechea, Rafia, Felix Correia, Savona, Mbangula e Rouhi. A questi si aggiungono i nomi già citati dell’era Atalanta. Complessivamente, il valore di mercato dei giocatori da lui formati supera abbondantemente il mezzo miliardo di euro.

Il caso più eclatante è quello di Dean Huijsen: ceduto dal Bournemouth al Real Madrid per una cifra superiore ai 60 milioni di euro, appena un anno dopo essere stato venduto per poco più di 15 milioni. Una plusvalenza stratosferica costruita su basi gettate a Vinovo. E Kenan Yildiz, il classe 2005 turco che sta diventando sempre più centrale nel progetto tecnico bianconero, tanto che la sua cessione non è nemmeno contemplata.

Il metodo Brambilla non è un segreto, ma richiede pazienza e fiducia. Come ha spiegato lui stesso, il sistema di gioco dipende dai ragazzi che arrivano dalle giovanili: in una stagione puoi avere giocatori con certe caratteristiche e sei portato a giocare con un sistema, mentre l’anno dopo potresti avere una rosa diversa e fare altre scelte. È una filosofia pragmatica che rifugge i dogmi tattici e mette al centro la persona prima del calciatore.

C’è un aneddoto che circola nei corridoi della Continassa e che descrive bene il suo rapporto con i ragazzi: Brambilla non si limita ad allenare, segue i giovani anche fuori dal campo, telefona ai genitori nelle settimane difficili, manda messaggi ai calciatori la sera prima delle partite importanti. Non è paternalismo, è il riconoscimento che un diciottenne che si trova per la prima volta lontano da casa, a giocare davanti a tifosi veri, ha bisogno di qualcuno che lo guidi anche umanamente.

L’uomo di sistema

La Juventus ha rinnovato il contratto di Brambilla fino al 30 giugno 2027, con un comunicato che riconosce esplicitamente come l’obiettivo principale che la squadra bianconera continua a perseguire sia la crescita dei ragazzi, con lo sviluppo individuale e di squadra di talenti da mettere poi a disposizione della prima squadra.

È una dichiarazione che vale più di qualsiasi titolo. La Juventus non gli chiede di vincere la Serie C. Gli chiede di fare qualcosa di più difficile: preparare i campioni di domani, oggi, in condizioni di lavoro che non hanno nulla della comodità della prima squadra.

Massimo Brambilla ha cinquantadue anni, una medaglia di campione d’Europa Under 21 nel cassetto, due scudetti Primavera all’Atalanta, una finale di Coppa Italia di Serie C, due qualificazioni ai playoff con la Next Gen, e una vittoria in Serie A guidando la Juventus per una notte contro l’Udinese. Non è una carriera da prima pagina. È qualcosa di più raro: una carriera da costruttore di carriere, di sogni e di valori.

Nel calcio contemporaneo, ossessionato dai risultati immediati e dai grandi nomi, uomini come Brambilla sono una specie quasi estinta. Discreti, metodici, capaci di vedere nel talento grezzo quello che ancora non esiste. La Juventus ha avuto la saggezza di riconoscerlo, e di tenerlo stretto. I ragazzi che escono da Vinovo con la sua firma addosso lo capiscono presto. Yildiz lo sa. Huijsen, ormai al Real Madrid, lo sa. E probabilmente anche i prossimi lo sapranno, quelli che oggi hanno diciassette anni e un sogno, e che un giorno guarderanno indietro e ricorderanno quel signore di Vimercate che ci ha creduto per primo.