Mondo Juventus

Addio ad Alex Manninger: il portiere silenzioso che sapeva cosa fosse la lealtà

GLI AMICI VERI NON SI ANNUNCIANO

C’è un tipo di lealtà che non ha bisogno di parole. Si manifesta nelle cose piccole: nella disponibilità silenziosa, nel passo indietro fatto senza rancore, nel restare quando restare non porta gloria. È la lealtà di chi sceglie il gruppo non per convenienza, ma per convinzione. È una dote rara, in un mondo che ha imparato a confondere la vicinanza con l’utilità e l’amicizia con il tornaconto.

Si riconosce — questa lealtà autentica — proprio perché non si esibisce. Non ha bisogno di dichiarazioni solenni né di gesti plateali. Sta nell’essere presenti quando non c’è niente da guadagnare, nel condividere uno spogliatoio, una causa, un’idea, sapendo che il tuo contributo non finirà sul tabellino. Chi è davvero amico non calcola. Non misura. Non aspetta il momento giusto per sparire.

Il calcio — come la vita — è pieno di persone che si avvicinano quando serve e si allontanano quando conviene. Gente che siede al tuo tavolo, che conosce i tuoi pensieri, che ti guarda negli occhi mentre dentro elabora già un’altra strada. Li vedi solo dopo, quando la porta si è chiusa. E allora capisci che quello che chiamavi amicizia era soltanto una coincidenza temporanea di interessi.

Alex Manninger era l’opposto di tutto questo. Era il tipo di uomo che il calcio produce raramente e che la vita, quando lo incontri, ti chiede di riconoscere e custodire. Non aveva Instagram. Non cercava visibilità. Sceglieva la falegnameria, la pesca, le Alpi. Sceglieva la sostanza. E forse è per questo che, oggi, la sua scomparsa brucia in modo così strano — perché ci ricorda quante persone vere abbiamo intorno, e quante invece ne avevamo solo in apparenza.

— ✦ —

IL PORTIERE CHE NON TI ASPETTAVI

Alexander Manninger era nato a Graz il 4 giugno 1977. Cresciuto nel settore giovanile del Salisburgo, aveva imparato il calcio con la stessa metodicità con cui, prima e dopo, aveva imparato a lavorare il legno. Nessun eccesso. Nessuna scorciatoia. Poi era arrivato l’Arsenal, nel 1997 — primo austriaco nella storia del club londinese — e con Wenger aveva vinto una Premier League e una FA Cup nella stagione 1997-98, difendendo i pali quando David Seaman non era disponibile con una sicurezza che aveva colpito tutti.

In Italia era arrivato nel 2001, alla Fiorentina in prestito, e non se n’era più andato davvero. Torino, Bologna, Brescia, Siena: una carriera italiana fatta di tappe, di adattamenti, di professionalità silenziosa. Al Siena si era messo talmente in mostra da attirare l’attenzione di Alessio Secco, che nell’estate del 2008 lo aveva portato alla Juventus con un’operazione chirurgica: evitare che il Salisburgo, vedendo muoversi i bianconeri, alzasse il prezzo.

QUATTRO ANNI IN BIANCONERO

Manninger arrivò a Torino per fare il secondo di Gianluigi Buffon. Lo sapeva, lo accettava, lo viveva con una dignità che molti suoi colleghi — abituati a pretendere titolarità e minuti garantiti — non avrebbero mai avuto. Ma il calcio, a volte, riscrive i copioni. Buffon si fermò nei primi mesi della stagione 2008-09 per un problema agli adduttori, e improvvisamente il portiere austriaco si trovò titolare della Juventus in Serie A e in Champions League. Rispose con grande sicurezza, guadagnandosi la stima di tutto l’ambiente.

Tra i momenti indelebili di quella parentesi c’è una notte che i tifosi bianconeri non dimenticheranno: il Bernabeu, novembre 2008, Real Madrid contro Juventus. Una formazione bianconera non esattamente stellare — Mellberg, Legrottaglie, Chiellini, Molinaro in difesa; Marchionni, Sissoko, Tiago, Nedved a centrocampo; Del Piero e Amauri in attacco — e lui, Manninger, tra i pali. La Juventus vinse. Del Piero segnò una doppietta che fece alzare in piedi anche Maradona sugli spalti. E Manninger non si fece trovare impreparato su niente. La pagella di quella sera recitava: «L’assenza di Buffon in questa delicatissima parte di stagione non si è sentita, una gran bella medaglia da esibire».

“L’assenza di Buffon in questa delicatissima parte di stagione non si è sentita, una gran bella medaglia da esibire.”

Conte, quando arrivò sulla panchina bianconera, lo trovò già lì e lo volle tenere con convinzione. «Lo volevo fin da quando allenavo il Siena», disse in conferenza stampa. «È un portiere tecnico e ha grande visione di gioco». Era il riconoscimento di un professionista da parte di un allenatore che i professionisti li riconosceva a colpo d’occhio. Manninger rimase fino al 2012, l’anno del primo scudetto del ciclo dei nove, conquistato con Antonio Conte in panchina. Lo vinse da secondo, come aveva sempre fatto. Lo vinse da uomo vero.

BUFFON, DEL PIERO E IL VALORE DELL’ESSERE PRESENTI

Con Gianluigi Buffon aveva costruito qualcosa di raro: un’amicizia autentica tra titolare e riserva, nata nei lunghi allenamenti, nei momenti in cui Manninger cercava di rubare qualcosa dell’immenso talento del numero uno italiano. Non c’era gelosia. Non c’era competizione velata. C’era rispetto reciproco e stima sincera.

Con Alex Del Piero il legame era nato in modo ancora più bello: Manninger era sempre disponibile per gli allenamenti balistici di Del Piero a fine seduta. Una scommessa sui rigori, una sulle punizioni — vinceva quasi sempre Del Piero — e in quella ritualità si era consolidata un’amicizia, allungata dalla passione comune per il golf. Cose semplici. Cose reali.

Oggi Buffon ha scritto: «Caro Alex, ogni parola è superflua. Ogni lacrima sarebbe solo l’ennesima per la perdita di un amico e di una persona che ho sempre ammirato. Hai scelto di rimanere indipendente dall’assuefazione». E in quelle parole c’è tutto ciò che bisognava sapere su chi fosse Alexander Manninger.

“Hai scelto di rimanere indipendente dall’assuefazione. — Gianluigi Buffon”

IL RITORNO ALLE RADICI

Dopo la Juventus era andato all’Augsburg, poi al Liverpool — chiamato personalmente da Klopp, che lo apprezzava da tempo — nell’ultima stagione della sua carriera, 2016-17. Non scese mai in campo, ma Klopp lo volle lo stesso. Anche questo racconta qualcosa.

Smessa la divisa, Manninger era tornato a fare ciò che faceva prima che il grande calcio lo trovasse: il falegname. Stava costruendo con le sue mani una casa tra le Alpi austriache. Niente Instagram. Niente proclami. Alla Gazzetta dello Sport aveva detto: «Il calcio di oggi è solo moda e business. Io invece sono felice nella mia pace e nella semplicità. Adesso negli spogliatoi si pensa più ai capelli e ai post da fare che a lavorare sodo. Ah, come mancano figure come Del Piero, Buffon e compagnia…».

Stava andando a pescare, la mattina del 16 aprile, quando la sua auto è stata travolta da un treno a un passaggio a livello senza barriere, nei pressi di Salisburgo. Aveva 48 anni. Li avrebbe compiuti il 4 giugno.

— ✦ —

LA LETTERA DI CODICE BIANCONERO

Caro Alex,

Non ti abbiamo conosciuto di persona. Non eravamo sulle tribune del Bernabeu quella notte di novembre, non abbiamo visto con i nostri occhi le tue mani raccogliere il pallone sotto la pioggia di Madrid. Eppure ti sentiamo vicino, come si sentono vicine le persone che hanno costruito qualcosa senza fare rumore — e che, proprio per questo, lasciano uno spazio incolmabile quando se ne vanno.

Ti ricordiamo per come hai vissuto il calcio: senza enfasi, senza ostentazione, senza reclamare ciò che non ti spettava e senza sottrarsi a ciò che ti veniva chiesto. Quattro anni in bianconero da secondo, da professionista, da uomo di squadra. Uno scudetto vinto nell’ombra, che vale quanto qualsiasi titolo vinto sotto i riflettori — forse di più, perché porta con sé qualcosa che i riflettori non illuminano mai: il carattere.

Ti ricordiamo per la casa che stavi costruendo con le tue mani tra le Alpi. Per la canna da pesca che era con te quella mattina. Per le parole che avevi scelto di usare, quando parlavi del calcio di oggi e di quanto ti mancassero figure come Del Piero e Buffon — uomini veri, in un mondo che di uomini veri ne produce sempre meno.

Ti ricordiamo perché, in un momento in cui siamo tutti più attenti a riconoscere chi è davvero al tuo fianco e chi invece porta solo la maschera dell’amicizia, la tua storia ci ricorda cosa significa essere genuini. Cosa significa non calcolare. Cosa significa scegliere la sostanza sopra ogni cosa — anche quando la sostanza non porta visibilità, non porta like, non porta follower.

Noi di Codice Bianconero crediamo che il calcio abbia senso solo quando riesce ancora a produrre storie come la tua. Storie di persone che amano davvero, che lavorano davvero, che restano davvero.

Grazie, Alex. Per come hai giocato. Per come hai vissuto. Riposa in pace.

— La Redazione di Codice Bianconero