Il processo a De Laurentiis per falso in bilancio non è nemmeno cominciato. Si è fermato alla porta.
Prima udienza davanti alla nona sezione collegiale del Tribunale di Roma. De Laurentiis, Chiavelli, la SSC Napoli. Accusa: falso in bilancio. E cosa succede? Non si parla di Osimhen, non si parla di Manolas, non si parla di plusvalenze gonfiate. Si parla di notifiche.
La difesa del Napoli ha sollevato un’eccezione: il decreto di rinvio a giudizio del 20 novembre sarebbe viziato da un errore nella notifica. Nullo. E con lui, tutto quello che è venuto dopo. L’avvocato Contrada chiede di riportare gli atti al GUP — lo stesso giudice che aveva mandato tutti a processo ignorando la richiesta di proscioglimento.
Tradotto: si chiede di ricominciare da capo. Azzerare. Riavvolgere il nastro. Se il Tribunale accoglie, il processo si ferma e si torna indietro. Con i tempi della giustizia italiana, sappiamo tutti cosa significa.
Un copione già visto. A Torino, però, non funzionò.
Chi ha memoria — e noi ce l’abbiamo — ricorderà che anche la Juventus tentò di far saltare l’iter prima di arrivare al merito. I legali bianconeri contestarono la mancata restituzione dei dispositivi sequestrati: senza quei materiali, dissero, la difesa era monca. Richiesta respinta. Avanti tutta. Nessun ripensamento, nessun rinvio. Il treno non si fermava per la Juve.
Situazioni diverse nei dettagli, identiche nella sostanza: provare a far saltare il banco prima che si giochi la partita. Legittimo. Sacrosanto. Ma il punto non è la strategia difensiva — è come il sistema reagisce. Alla Juve dissero no senza esitare. Al Napoli, vedremo.
“Non deve restare traccia.” E infatti…
Su queste pagine abbiamo raccontato l’inchiesta Osimhen quando nessuno voleva sentirne parlare. Le intercettazioni in cui si diceva di non scrivere nulla, di non lasciare tracce nelle mail. Le valutazioni fantasiose dei giovani spediti al Lille — Palmieri, Manzi, Liguori, Karnezis — nessuno dei quali ha mai messo piede in campo con la maglia del Lille. L’archiviazione sportiva arrivata come un pacco Amazon: rapida, silenziosa, senza che nessuno controllasse il contenuto.
Il rinvio a giudizio di novembre ha detto una cosa semplice: quella vicenda non era così pulita come l’archiviazione lasciava credere. E oggi il procedimento penale segue il suo corso. Con tutte le garanzie del caso. De Laurentiis ha diritto alla presunzione d’innocenza, a difendersi, a un processo equo. Sempre.
Ma alla Juve chi ci pensava, alle garanzie?
Ecco, qui casca il sistema.
Alla Juventus la giustizia sportiva non aspettò nemmeno che i tribunali cominciassero a lavorare. Colpì in corsa. Penalizzazioni, punti tolti, dirigenti fuori. Tutto su atti d’indagine ancora freschi di stampa, senza attendere che un giudice dicesse una parola sul merito.
Al Napoli, davanti a contestazioni dello stesso identico tipo, la Procura federale archiviò. Nel 2022. E quando Chinè riebbe gli atti da Roma, decise che non c’era nulla di nuovo. Niente da riaprire. Le intercettazioni? Irrilevanti. Le plusvalenze gonfiate? Prassi di mercato. Il “non lasciamo tracce”? Espressione colloquiale.
Non chiediamo che il Napoli venga punito. Non è il nostro lavoro e non è il nostro stile. Chiediamo solo una cosa: che qualcuno ci spieghi perché alla Juventus è stato applicato uno standard che per il Napoli non è mai esistito.
Garantisti sempre. Anche quando fa comodo il contrario.
Giusta la presunzione d’innocenza, ma sappiamo che non sempre è stata applicata con la stessa coerenza. Non spetta a noi accusare il Napoli di alcunché, ma è doveroso evidenziare le incongruenze nel trattamento riservato dalla giustizia sportiva a casi analoghi.
Il Tribunale di Roma farà il suo lavoro. Noi non abbiamo dubbi su questo.
Ma la giustizia sportiva il suo lavoro lo ha già fatto — a modo suo. Una sentenza per la Juventus, un’altra per il Napoli. Stesse accuse, esiti opposti. E quella disparità non ha bisogno di intercettazioni per essere dimostrata. È lì, nero su bianco. Basta volerla leggere.