Inchieste

Bastoni e la Rosa Camuna: il premio pubblico trasformato in scudo nerazzurro

La candidatura di Alessandro Bastoni al Premio Rosa Camuna apre una domanda politica e istituzionale che la Lombardia non può permettersi di ignorare: un riconoscimento pubblico sta premiando il merito o sta diventando il riflesso di appartenenze troppo ingombranti?

La Regione come una curva

La candidatura di Alessandro Bastoni al Premio Rosa Camuna rischia di diventare il simbolo di un sistema che ha smesso di distinguere fino in fondo tra istituzioni e tifo.

Un premio pubblico, che dovrebbe stare sopra le bandiere, finisce così per apparire come un gadget piegato non tanto al merito quanto alla fede calcistica di chi lo manovra.

Il punto non è il nome di Bastoni in sé. Il punto è il meccanismo che lo accompagna, il contesto che lo sostiene, il messaggio che questa candidatura manda all’esterno.

Chi spinge la candidatura

A spingere Bastoni verso la benemerenza non è una dinamica neutra, impersonale, limpida fino in fondo.

Da una parte c’è Federico Romani, presidente del Consiglio regionale della Lombardia. Dall’altra c’è Pietro Bussolati, consigliere regionale del PD e presidente dell’Inter Club di Palazzo Pirelli.

Due ruoli istituzionali, due identità chiaramente riconducibili allo stesso ambiente calcistico, un’unica direzione: portare un giocatore dell’Inter verso uno dei riconoscimenti simbolicamente più pesanti della Regione Lombardia.

Ed è qui che la candidatura smette di essere una semplice proposta e diventa un caso politico.

Il precedente che pesa: prima Marotta, ora Bastoni

Il sospetto non nasce dal nulla. Nasce da una sequenza.

Gli stessi Romani e Bussolati avevano già sostenuto la candidatura di Giuseppe Marotta. Quella candidatura non è rimasta sulla carta: Marotta il premio lo ha ricevuto davvero.

Adesso lo schema si ripresenta. Cambia il nome, non cambiano i promotori. Cambia il volto, non cambia l’area di appartenenza. E quando la stessa regia torna in campo per spingere ancora una volta un esponente del mondo Inter, liquidare tutto come una coincidenza diventa sempre più difficile.

Il nodo vero: merito o appartenenza?

Qui non si tratta di negare a qualcuno il diritto di essere candidato. Chiunque, formalmente, può avanzare proposte.

Ma la parità formale non cancella la disparità sostanziale.

Perché una candidatura che si muove con la spinta del presidente del Consiglio regionale e con il sostegno di un consigliere legato al mondo interista non parte dallo stesso punto di una candidatura normale. Parte con un peso politico, mediatico e simbolico enormemente superiore.

E allora la domanda diventa inevitabile: siamo davanti a un premio assegnato sul merito, oppure a una candidatura che rischia di apparire figlia del circuito giusto, delle relazioni giuste, dell’appartenenza giusta?

Il caso Kalulu che non si cancella

C’è poi il punto più delicato di tutti. Quello che rende questa candidatura ancora più controversa.

Bastoni viene proposto come esempio di correttezza per aver ammesso pubblicamente il proprio errore dopo l’episodio con Kalulu.

Ma quel racconto presenta una frattura evidente. Perché l’ammissione pubblica non coincide automaticamente con un gesto pieno di sportività. E soprattutto perché il giocatore che ha pagato davvero quell’episodio, Pierre Kalulu, ha fatto sapere di non aver ricevuto scuse dirette.

Ed è qui che il castello narrativo vacilla.

Perché se manca persino quel passaggio umano minimo verso il danneggiato, allora diventa lecito chiedersi che cosa si stia premiando davvero: la lealtà sportiva oppure la gestione comunicativa del danno?

Un premio pubblico non può diventare uno scudo

Il rischio, a questo punto, è molto chiaro.

La candidatura non appare più come un semplice riconoscimento. Rischia di essere letta come una protezione simbolica. Come un’operazione d’immagine travestita da benemerenza pubblica. Come il tentativo di prendere una vicenda divisiva e trasformarla, con il timbro dell’istituzione, in una storia edificante.

Ma un premio pubblico non nasce per coprire, riequilibrare o addolcire. Nasce per distinguere. Nasce per riconoscere ciò che è limpido. Nasce per premiare ciò che regge da solo, senza stampelle narrative.

Quando invece un’istituzione sembra usare il premio per orientare la percezione pubblica di un episodio controverso, allora il problema non è più sportivo. È profondamente istituzionale.

L’apparenza conta quanto la sostanza

Nessuno, seriamente, può dire oggi di avere in mano la prova di un illecito.

Ma non serve arrivare a quell’estremo per cogliere la gravità della situazione.

Le istituzioni non devono essere soltanto corrette. Devono anche apparire inattaccabili. Devono stare lontane dai sospetti, non camminarci dentro. Devono evitare perfino l’ombra della parzialità.

Qui invece succede l’opposto.

Tornano sempre gli stessi nomi. Tornano sempre gli stessi collegamenti. Torna sempre lo stesso perimetro nerazzurro. E il premio, da simbolo del merito lombardo, rischia di trasformarsi nell’ennesimo teatro delle appartenenze.

Il danno vero lo subisce la Rosa Camuna

Alla fine, il punto non è nemmeno Bastoni. E non è solo Marotta. E non è neppure l’Inter in quanto tale.

Il punto è la credibilità della Rosa Camuna.

Perché un premio pubblico perde forza non solo quando viene assegnato male, ma anche quando comincia a sembrare prevedibile nelle sue geometrie, riconoscibile nelle sue vicinanze, leggibile nelle sue simpatie.

La Rosa Camuna dovrebbe celebrare il meglio della Lombardia.

Se invece finisce per sembrare il riflesso di una filiera relazionale, allora smette di elevare chi viene premiato e comincia a indebolire sé stessa.

La domanda finale

E allora la domanda resta lì, pesante, inevitabile, politica.

Un premio della Regione Lombardia può permettersi di sembrare una faccenda di curva?

Perché se il merito lascia spazio all’appartenenza, se la distanza istituzionale viene sostituita dalla prossimità calcistica, se gli stessi sponsor tornano sempre a muoversi nello stesso universo, allora il problema non è più una candidatura contestata.

Il problema è che la Regione, invece di proteggere il prestigio del premio, rischia di averlo esposto al dubbio peggiore: che certi riconoscimenti non si limitino a premiare il merito, ma finiscano per premiare chi appartiene al giro giusto.