Andrea Agnelli aveva visto prima di molti altri la deriva del calcio europeo. Ha sbagliato metodo, tempi e rapporti di forza. Ma le istituzioni della Serie A hanno fatto peggio: invece di usare quell’allarme per proteggere il campionato, hanno scelto la subalternità.
La verità che oggi nessuno può più fingere di non vedere
C’è un dettaglio che oggi suona come una condanna per il ceto dirigente del calcio italiano.
Il 10 marzo 2026 perfino un articolo di Panorama mette nero su bianco ciò che per anni è stato trattato come eresia: la Premier League è diventata la vera Superlega economica del calcio europeo. Non una provocazione, ma un fatto.
La UEFA stessa, secondo quanto emerge, è ormai allarmata dal dominio finanziario inglese e dal fatto che i club di Premier si siano dati regole interne più permissive rispetto ai vincoli UEFA sul rapporto tra costi della rosa e ricavi.
La domanda, allora, non è se Andrea Agnelli fosse simpatico o antipatico. La domanda è un’altra, molto più scomoda: perché il calcio italiano ha lasciato solo uno dei pochi dirigenti che aveva capito in anticipo dove stava andando il sistema?
Agnelli aveva visto il problema prima degli altri
Perché oggi ci si scandalizza per una Premier fuori scala, quando già nel 2022 Agnelli parlava apertamente di una “Superlega di fatto” incarnata proprio dal campionato inglese?
In un intervento ripreso da Calcio e Finanza, l’ex presidente della Juventus sosteneva che il formato si potesse discutere, ma che fosse la governance a dover essere riscritta. Denunciava una polarizzazione già in atto e collegava la crescita smisurata della Premier a un effetto inevitabile: attrarre talento, risorse e centralità competitiva.
Questo è il punto che molti fingono di non vedere. Agnelli non aveva semplicemente lanciato una provocazione politica. Aveva formulato una diagnosi industriale.
Aveva capito che il calcio europeo non stava andando verso l’equilibrio, ma verso la concentrazione. Aveva visto che il rischio non era una rivoluzione futura, ma una rivoluzione già in corso, solo con un altro nome, con altri padroni e soprattutto con il sigillo rassicurante dell’establishment.
Quando oggi si scopre che la Premier monopolizza ricavi, talenti e potere di fatto, non si sta certificando l’eccesso di Agnelli. Si sta certificando il ritardo di chi lo derideva.
Il merito della visione non cancella gli errori
Attenzione, però: riconoscere questo non significa assolvere Agnelli.
Sarebbe una sciocchezza. Agnelli ha avuto una visione, ma ha sbagliato la guerra. L’ha aperta in modo troppo frontale, con un eccesso di fiducia nel proprio peso politico e con una sottovalutazione clamorosa della capacità di reazione del sistema UEFA.
La diagnosi era coerente. Il metodo, no.
Perché una battaglia di quel livello non si combatte solo avendo ragione. Si combatte avendo alleanze, sponde istituzionali, copertura politica e nervi freddi.
Ed è proprio qui che sta il limite di Agnelli: aver creduto che bastasse la forza dell’intuizione per spostare un sistema costruito, da sempre, per difendere se stesso.
Il miglior Agnelli era quello bilanciato
Il miglior Agnelli, non a caso, si è visto quando la sua spinta visionaria era bilanciata da un argine di pragmatismo.
Quando c’era un equilibrio interno tra ambizione e misura, tra slancio e gestione, la Juventus cresceva e la leadership era più lucida. Quando quell’equilibrio si è rotto, l’ambizione è rimasta, ma si è trasformata in uno scontro frontale condotto senza le coperture necessarie.
Questo va detto con chiarezza, perché la credibilità passa anche dalla capacità di riconoscere gli errori di chi, sul merito del problema, aveva visto giusto.
Agnelli non va santificato. Va letto per quello che è stato: un dirigente che ha capito in anticipo la malattia, ma ha sbagliato la terapia e soprattutto il modo di imporla.
La colpa più grave è della Serie A
Ed è qui che entrano in scena, male, le istituzioni della Serie A.
Perché il loro compito non era amare Agnelli. Il loro compito era difendere il calcio italiano. Il loro compito era cogliere quella diagnosi, separarla dagli errori personali del suo interprete e trasformarla in una piattaforma di pressione politica per riequilibrare i rapporti in Europa.
Invece hanno scelto la postura più comoda e più misera: l’allineamento.
Nessuna visione autonoma. Nessuna linea industriale. Nessuna vera battaglia per la competitività del campionato. Solo prudenza, galleggiamento e fedeltà all’ordine costituito.
In una parola: subalternità.
Il calcio italiano non ha difeso se stesso
Il paradosso è persino grottesco.
Quando Agnelli denunciava che il calcio europeo fosse governato da un soggetto capace di essere insieme regolatore, giudice e operatore commerciale, veniva dipinto come il guastatore da isolare.
Eppure il nodo era esattamente quello. Si può non condividere la soluzione proposta. Si può criticare la brutalità dell’iniziativa. Ma ignorare la questione significava fingere di non vedere il problema centrale del calcio europeo.
La Serie A lo ha fatto.
E oggi ne paga il prezzo.
Mentre la Premier accumulava ricavi, allargava il divario e si scriveva regole più favorevoli, il calcio italiano non costruiva una linea di resistenza, non riformava il prodotto, non difendeva il proprio peso negoziale.
Aspettava. Subiva. Si adattava.
E in questo adattarsi c’è tutta la miseria politica di una classe dirigente che ha preferito il quieto vivere alla difesa del proprio sistema.
Non hanno sbagliato solo strategia: hanno sbagliato missione
Qui sta il punto decisivo.
Agnelli ha sbagliato il modo di combattere. La Serie A ha sbagliato qualcosa di peggiore: ha rinunciato perfino a combattere.
Invece di usare quell’allarme come leva per difendere il proprio prodotto, ha scelto di comportarsi da periferia obbediente del potere UEFA. Invece di alzare la voce per tutelare il campionato, ha accettato di galleggiare in una marginalità sempre più evidente.
Non ha protetto il calcio italiano. Lo ha accompagnato docilmente nel suo ridimensionamento.
La conclusione che fa più male
Oggi che perfino nei palazzi del calcio si comincia ad ammettere che la Premier è diventata una Superlega economica, il calcio italiano non può fare la vittima.
Non è stato travolto soltanto dalla forza altrui.
È stato affondato anche dalla propria codardia.