Inchieste

Codice di Giustizia o Codice d’Onore? Dipende da che lato di Milano stai.

C’è chi paga per un ritardo di pochi giorni.
E c’è chi, per tre anni interi, comunica tardi, male o per niente – eppure ne esce pulito, come se nulla fosse.
Benvenuti nel paese dove la legge è uguale per tutti, ma l’interpretazione cambia a seconda della maglia.


Il caso Milan: l’errore dei puntuali

Partiamo dai “colpevoli”: AC Milan.
Il club di RedBird Capital, scrupoloso come un notaio dell’Ottocento, ha segnalato con qualche giorno di ritardo – appena 57 giorni, per la precisione – l’ingresso di un nuovo sottoscrittore nella catena di controllo societario.
Errore formale, nulla di sostanziale. Ma il regolamento è chiaro: l’articolo 32, comma 5-ter del Codice di Giustizia Sportiva FIGC punisce ogni ritardo nella comunicazione societaria.
Sanzione minima: 10.000 euro.
E la FIGC, con l’entusiasmo del burocrate in scadenza, ha applicato la multa come da manuale.

Giusto, per carità. Le regole esistono per essere rispettate.
Ma, se la giustizia sportiva fosse davvero cieca, dovremmo vedere lo stesso rigore anche quando a sbagliare non è chi consegna in ritardo una comunicazione, bensì chi per anni dichiara al mondo una struttura societaria che non esiste più.


Il caso Inter: tre anni di bilanci “fantasma”

E qui arriva l’altra metà di Milano.
Nel maggio 2021, il fondo di investimento LionRock Capital cedeva il suo 31,05% dell’Inter a Steven Zhang, presidente e azionista di riferimento del club, tramite una società lussemburghese.
Un’operazione regolare, per carità. Ma con un piccolo dettaglio: nessuno la comunicò alla FIGC.
Non nel 2021, non nel 2022, non nel 2023.
Solo nel maggio 2024, tre anni dopo, la nuova composizione societaria è stata finalmente notificata.

Nel frattempo, nei bilanci ufficiali del club, nelle relazioni alla Co.A.P.S. (Commissione per il controllo delle partecipazioni societarie) e perfino nei documenti federali, LionRock risultava ancora azionista.
Come se la cessione non fosse mai avvenuta.
Un piccolo mistero contabile che – in qualunque altro contesto – avrebbe scatenato controlli, richieste di chiarimento e, probabilmente, una sanzione automatica.


Cosa dice la legge sportiva (e quella civile)

L’articolo 20-bis delle NOIF (Norme Organizzative Interne della FIGC) impone alle società di comunicare tempestivamente ogni variazione nella composizione societaria e nella catena di controllo.
Il relativo art. 32, comma 5-ter del Codice di Giustizia Sportiva prevede sanzioni da 10.000 a 100.000 euro per il ritardo, aumentabili del 50% in caso di omissione o documentazione incompleta.

E fin qui, il Milan ha pagato – giustamente.

Ma poi c’è il comma 5-quinquies, che riguarda le dichiarazioni non veritiere:

“La presentazione di dichiarazioni non veritiere o di documentazione falsata comporta la penalizzazione di almeno 3 punti in classifica e l’inibizione di almeno 1 anno per il dichiarante”.

Tradotto: se nei bilanci ufficiali, nei verbali o nei documenti inviati alla FIGC, indichi un socio che non c’è più, stai presentando un’informazione non veritiera.
Non serve la mala fede, basta la falsità oggettiva.
Eppure, nel caso Inter, nessuno ha mosso un dito.


Tre anni di “distrazione collettiva”

Com’è possibile che, per tre anni, nessuno – né la FIGC, né la Co.A.P.S., né i revisori, né la stessa Lega Serie A – si sia accorto che il 31% dell’Inter non apparteneva più a LionRock?
Stiamo parlando di un’operazione societaria da centinaia di milioni, non di un errore di battitura in un bilancio condominiale.

La spiegazione ufficiale non c’è.
Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, la FIGC avrebbe ritenuto che la cessione fosse “formalmente valida ma comunicata in ritardo” e che la documentazione sia stata regolarizzata prima dell’intervento della Co.A.P.S.
Altri sostengono che, grazie alla norma transitoria del 2022, le società possano presentare un’istanza di riesame entro 15 giorni, ottenendo l’archiviazione del procedimento e l’annullamento di eventuali sanzioni.

Insomma: bastava un’autodichiarazione tardiva per far sparire tre anni di silenzio.
Il tutto, senza neanche la fatica di una multa.


Doppia morale, doppio regolamento

E così, mentre il Milan paga 10.000 euro per 57 giorni di ritardo, l’Inter trascorre 1.095 giorni – quasi millecento – senza comunicare nulla.
Ma, miracolosamente, non succede niente.
Nessuna sanzione, nessun deferimento, nessuna penalizzazione.
Neanche un buffetto.

Domanda ingenua: le regole sono le stesse per tutti?
O cambiano a seconda del colore della maglia, del presidente, del momento politico?

Perché se il ritardo del Milan è un “reato sportivo” da punire con puntualità, allora tre anni di bilanci non aggiornati dovrebbero valere almeno un’indagine.
Non per accanimento, ma per coerenza.


Le conseguenze (che non ci sono state)

Una dichiarazione non veritiera nei bilanci non è solo una questione estetica.
Può influenzare la trasparenza finanziaria, la valutazione patrimoniale della società, i rapporti con la UEFA, persino le licenze nazionali e internazionali.
E se nei documenti federali un socio inesistente continua a comparire come azionista, si crea un buco di credibilità.

Per la FIGC, la trasparenza sulla proprietà dei club è un requisito fondamentale: serve a garantire che chi controlla la società sia “onorevole”, solvibile e conforme ai principi di correttezza sportiva.
Se un club comunica la verità tre anni dopo, vuol dire che per tre anni la FIGC non ha saputo chi fosse davvero il proprietario.
E questo, più che un dettaglio, è un buco istituzionale.


Il silenzio assordante

Né la FIGC, né la Lega Serie A, né l’Inter hanno mai fornito spiegazioni pubbliche convincenti.
Qualche articolo di giornale, qualche “fonti vicine al club”, qualche riferimento vago alla “complessità dell’operazione lussemburghese”.
Fine.
Il resto, silenzio.

Un silenzio che pesa come un macigno perché svela il vero problema del calcio italiano: l’asimmetria dell’applicazione delle regole.
La norma è la stessa, ma la mano che la applica è diversa.
Con alcuni, ferrea.
Con altri, leggera come una piuma.


La giustizia sportiva come specchio del Paese

Non è solo una questione di pallone.
È la solita storia italiana: chi rispetta le regole viene punito per un cavillo, chi le ignora viene premiato dal silenzio.
Un copione già visto nei tribunali, nei bilanci pubblici, nella politica.
Il calcio non fa eccezione: è semplicemente lo specchio di un Paese in cui la forma prevale sulla sostanza solo quando conviene.

Quando a sbagliare è il Milan, scatta la sanzione “esemplare”.
Quando a sgarrare è l’Inter, e di mezzo ci sono strutture societarie internazionali, la mano della FIGC si fa improvvisamente tremolante.
Meglio non disturbare il manovratore.
O, come si dice in certi uffici federali: “Non complichiamoci la vita”.


Due pesi, una verità

Alla fine, la morale è semplice.
Nel calcio italiano la giustizia non è cieca: ha solo preferenze cromatiche.
Rosso e nero? Sanzione immediata.
Nero e azzurro? Tolleranza triennale.

Il Milan paga 10.000 euro per aver tardato di settimane.
L’Inter tace per 36 mesi e non paga nulla.
E la FIGC, quella che dovrebbe vigilare, sorride e cambia canale.

Le regole esistono.
Manca solo chi le applichi senza guardare la maglia.
Perché finché la giustizia sportiva resterà un esercizio di convenienza, continueremo a chiamarla così solo per abitudine.