Inchieste

Elkann fuori? Prima guardate altrove: tra warrant, LionRock e San Siro

La trasparenza non può valere solo quando conviene

Mentre sulla Juventus si pretende chiarezza assoluta, attorno a Milan e Inter tra diritti economici residuali, vecchi interrogativi societari e operazioni immobiliari miliardarie il dibattito si fa improvvisamente più morbido.

Il doppio standard della trasparenza
Nel calcio italiano esiste una forma curiosa di trasparenza: severissima quando c’è di mezzo la Juventus, sorprendentemente elastica quando le domande diventano scomode altrove. Sulla Juve si pretende la radiografia completa, il processo permanente, la sentenza preventiva. Su Milan e Inter, invece, basta che il tema sia un po’ tecnico, un po’ finanziario, un po’ societario, e subito cala quella nebbia conveniente che trasforma tutto in materia per specialisti. Così il dubbio diventa dettaglio, il dettaglio diventa tecnicismo, e il tecnicismo diventa alibi.

La situazione Juventus: proprietà leggibile, contestazione continua
La prima verità, banale ma evidentemente scomoda, è che la Juventus ha una proprietà formalmente leggibile. È una società quotata su Euronext Milan, pubblica la struttura dell’azionariato sul proprio sito investor relations e indica Exor come azionista di controllo. La si può criticare per risultati, strategie, uomini, bilanci, scelte sportive. Ma sostenere che la proprietà sia oscura o indecifrabile significa negare l’evidenza documentale.

Eppure una parte del tifo juventino continua a gridare “Elkann fuori” come se il problema della Juventus fosse la mancanza di trasparenza proprietaria. È un paradosso quasi comico: si prende di mira proprio la struttura più esposta, più tracciabile, più obbligata a rendere conto al mercato, mentre altrove si chiudono entrambi gli occhi davanti a vicende ben più intricate.

La situazione Milan: il nodo warrant e il valore futuro del club
Prendiamo il Milan. Oggi il punto non è stabilire se Elliott controlli ancora il club in senso formale. La ricostruzione emersa dalle carte sulla richiesta di archiviazione parla di un diritto “warrant-like” riferibile a circa il 5% del club: non equity, non governance, ma un interesse economico residuale legato alla futura rivalutazione del Milan.

È qui che il tema diventa giornalisticamente enorme. Perché la domanda non è più soltanto chi possieda il club oggi. La domanda è chi sia ancora agganciato economicamente al suo domani. Se il valore del Milan cresce, soprattutto attraverso nuove operazioni strategiche, chi beneficia davvero di quella crescita?

La situazione San Siro: non solo calcio, ma patrimonio e finanza
Ed è una domanda che pesa ancora di più se la si collega a San Siro. Quando entra in scena lo stadio, non si parla più solo di calcio: si parla di patrimonio, sviluppo urbano, valore immobiliare, ricavi futuri, rivalutazione dell’asset-club.

Il rogito per la compravendita del compendio immobiliare di San Siro è stato firmato con la società Stadio San Siro S.p.A., a valle di una proposta da 197 milioni di euro presentata da Milan e Inter. Tradotto: siamo davanti a un’operazione che può spostare molto più di una semplice questione sportiva. E allora la domanda scomoda diventa inevitabile: se il nuovo asse stadio-area farà crescere il valore del Milan, chi incasserà davvero quell’aumento di valore?

La situazione Inter: LionRock e le vecchie zone grigie
Poi c’è l’Inter, altra materia trattata spesso con una delicatezza che sfiora la devozione. Nel 2019 Marco Bellinazzo raccontava il passaggio del 31% da Thohir a LionRock, ricordando anche la partecipazione di LionRock in Suning Sport.

Non basta questo, da solo, a emettere sentenze. Ma basta eccome a giustificare domande serie sulla trasparenza sostanziale delle architetture societarie. Domande che però, guarda caso, non hanno mai incendiato il dibattito pubblico come accade regolarmente quando c’è di mezzo la Juventus.

Milan e Inter: non accuse automatiche, ma domande legittime
E qui il punto non è sostenere che Milan e Inter abbiano commesso automaticamente qualcosa di illecito. Sarebbe una scorciatoia sciocca, oltre che fragile. Il punto vero è un altro, molto più pesante: attorno alle milanesi emergono da anni strutture complesse, diritti economici non immediati da leggere, veicoli societari dedicati, vecchi interrogativi sui soci e nuove domande sugli effetti patrimoniali di operazioni gigantesche come San Siro.

E nonostante tutto questo, il racconto pubblico resta quasi sempre più indulgente, più prudente, più accomodante di quello riservato alla Juve.

Il bersaglio vero: la trasparenza a corrente alternata
È il doppio standard, bellezza. La Juventus diventa il colpevole perfetto anche quando la sua struttura è pubblica, tracciabile, formalizzata. Gli altri, invece, vengono spesso accompagnati nel regno rassicurante del “tema complesso”, del “caso tecnico”, della “materia da specialisti”.

Ma la trasparenza, se è un principio, non può funzionare a intermittenza. Non può essere una clava contro una sola maglia e un guanto di velluto per tutte le altre.

I tifosi juventini che guardano solo in casa propria
Per questo il vero bersaglio dell’articolo non sono solo Milan e Inter. È anche quel pezzo di mondo juventino che ha interiorizzato il racconto dei propri avversari e si accanisce sulla sola casa bianconera fingendo di non vedere il resto.

Contestare Elkann è legittimo. Farlo in nome della “chiarezza proprietaria” mentre altrove si sorvola su warrant, vecchi nodi societari e maxi-operazioni immobiliari è semplicemente ridicolo. È usare due pesi e due misure persino contro se stessi.

Conclusione
La conclusione, allora, è più semplice di quanto sembri. Se si vuole parlare di trasparenza, la si chieda a tutti. Alla Juventus, certo. Ma anche al Milan del warrant emerso dalle carte. Anche all’Inter dei vecchi interrogativi su LionRock. Anche a chi ha trasformato San Siro in una partita finanziaria e urbana di prima grandezza.

Perché il problema non è chi urla di più. Il problema è chi pretende chiarezza solo dove fa comodo pretenderla.

E finché il metro resterà questo, “Elkann fuori” non sarà uno slogan di verità. Sarà soltanto l’ennesimo riflesso condizionato di chi guarda ossessivamente in casa propria e finge di non vedere il fumo che si alza altrove.