Il 29 maggio 1985, lo stadio Heysel di Bruxelles divenne teatro di una tragedia che non può essere definita tale senza riconoscere le gravi responsabilità degli organizzatori. Non si trattò di un destino crudele, ma di un massacro evitabile, frutto di negligenza, superficialità e disinteresse per la sicurezza dei tifosi.
Un impianto inadeguato
Lo stadio Heysel, inaugurato nel 1930, era ormai obsoleto e non rispondeva agli standard di sicurezza richiesti per ospitare una finale di Coppa dei Campioni. Le barriere divisorie tra i settori erano insufficienti a contenere la pressione di migliaia di persone, e le strutture stesse erano inadeguate a sostenere le forze esercitate dalla folla. Una perizia tecnica commissionata dal “Greater London Council” definì lo stadio “vecchio e tenuto in condizioni sbalorditive”, sottolineando che “sotto la legislazione inglese non sarebbe stato permesso di aprire lo stadio al pubblico” .
La gestione dell’evento: un fallimento totale
La UEFA, le autorità belghe e i responsabili dello stadio non solo ignorarono le evidenti carenze strutturali, ma anche le segnalazioni di potenziali rischi. Le tifoserie di Liverpool e Juventus furono messe a stretto contatto senza adeguate misure di separazione, in un ambiente già teso a causa della rivalità tra i due gruppi. La polizia belga, con soli circa 2.000 agenti, si rivelò impreparata e inefficace nel gestire la situazione, contribuendo ulteriormente al caos.Wikipedia
Il massacro
Intorno alle 19:20, i tifosi del Liverpool iniziarono a spingersi verso il settore Z, occupato dai tifosi juventini, sfondando le reti divisorie. La reazione degli italiani fu di fuga, ma le vie di scampo erano bloccate e le forze dell’ordine ostacolavano l’uscita, manganellando i fuggitivi. Il risultato fu un ammassamento mortale contro un muro, con 39 vittime e oltre 600 feriti.
Le vittime: non solo juventini
A quasi quarant’anni dal massacro dell’Heysel, resta ancora una ferita aperta nel cuore di chi ama davvero il calcio. Eppure, con dolorosa frequenza, capita che in alcuni stadi italiani – e non solo – si sentano cori o si leggano striscioni con scritto “-39”, usato come becero sfottò da parte di una minoranza di tifosi, soprattutto anti-juventini. È un gesto vile e inaccettabile.
Bisogna ricordare, però, che tra i 39 morti dell’Heysel non c’erano solo juventini. Tre di loro erano tifosi dell’Inter:
- Nino Cerullo, 23 anni, di Francavilla al Mare;
- Mario Ronchi, 42 anni, di Bassano del Grappa;
- Tarcisio Salvi, 39 anni, di Brescia.
Erano amici, parenti o compagni di viaggio di tifosi bianconeri, uniti dal sogno di vedere una finale di Coppa dei Campioni. Nessun colore, nessuna bandiera può giustificare la derisione di chi ha perso la vita.
Chi usa il numero “-39” per insultare, non solo calpesta la memoria delle vittime juventine, ma anche quella di persone che indossavano altri colori. È un atto che va condannato con fermezza da tutto il mondo del calcio, al di là di ogni rivalità. Lo sport non è odio, è memoria, rispetto, e soprattutto umanità.
Non era una guerra. Era una partita.

A rendere ancora più straziante il massacro dell’Heysel fu la morte di Andrea Casula, il più giovane tra le 39 vittime. Aveva solo 11 anni. Era partito da Cagliari insieme al padre Giovanni Casula pochi giorni prima della finale, felici di assistere alla loro prima grande notte europea da tifosi della Juventus. Entrambi morirono schiacciati nella calca. Il piccolo Andrea fu soccorso invano dal medico Roberto Lorentini, che perse a sua volta la vita tentando di salvarlo.
La reazione dell’UEFA
Nonostante la gravità dell’incidente, la UEFA decise di far disputare comunque la partita, con un’ora e mezza di ritardo, ignorando le richieste della Juventus di annullarla. La decisione fu presa per evitare ulteriori disordini, ma ciò non fece che aggravare la sensazione di impunità e indifferenza delle autorità calcistiche.
Le conseguenze
In seguito al disastro, la UEFA squalificò tutte le squadre inglesi dalle competizioni europee per cinque anni, con una riduzione a sei anni per il Liverpool. Tuttavia, ciò non bastò a colmare il vuoto lasciato dalle 39 vite spezzate.Wikipedia+2Diario AS+2Wikipedia+2
Conclusione
Quella sera, lo stadio Heysel non fu solo il luogo di una tragedia, ma di un massacro annunciato. Un massacro che non fu il risultato di un’imprevedibile fatalità, ma di una serie di scelte irresponsabili e di negligenze da parte di chi aveva il dovere di garantire la sicurezza dei tifosi. Come tifosi della Juventus, ma soprattutto come esseri umani, non possiamo e non dobbiamo dimenticare.