Riforme mancate, talenti sprecati, procuratori padroni
Era il 31 marzo 2026. La Bosnia ha eliminato l’Italia ai calci di rigore, spedendo per la terza volta consecutiva la Nazionale fuori dai Mondiali. Fuori dal Mondiale 2018, fuori dal 2022, fuori dal 2026. Un’equazione che non lascia spazio all’alibi del sorteggio, del singolo episodio, della sfortuna. Quello che si è consumato a Zenica è il punto d’arrivo di un declino strutturale che dura da decenni, scritto nei numeri, nei cassetti delle federazioni, nel silenzio imbarazzante di chi avrebbe potuto — e dovuto — cambiare le cose.
Questo articolo non vuole soltanto raccontare una sconfitta sportiva. Vuole mettere in fila, con i documenti alla mano, le scelte compiute e quelle mai fatte. La riforma che porta il nome di Gianfranco Zola. Le novecento pagine scritte da Roberto Baggio e buttate in un cassetto. Le buste da 50.000 euro svelate dalle telecamere de Le Iene. Le parole di Federico Mangiameli, cresciuto nelle giovanili del Milan e oggi fuori dal calcio professionistico. E, sullo sfondo, il modello francese: quello che l’Italia avrebbe potuto copiare quarant’anni fa e non ha mai avuto il coraggio di fare.
LA RIFORMA ZOLA: LA SERIE C PROVA A RIPARTIRE
La ‘Riforma Zola’ nasce da un gesto di umiltà: riconoscere che la terza serie è da sempre il luogo in cui i calciatori italiani diventano professionisti, e che quel luogo era stato abbandonato a se stesso. Gianfranco Zola, ex fantasista di Napoli, Parma e Chelsea, oggi vicepresidente della Lega Pro, ha costruito la riforma pezzo per pezzo, insieme al presidente Matteo Marani, e l’ha presentata ufficialmente al Social Football Summit di Roma il 20 novembre 2024.
La struttura è semplice e ambiziosa allo stesso tempo. Il primo pilastro riguarda il minutaggio: le società vengono incentivate — economicamente — a far giocare i calciatori under 22 cresciuti nel proprio vivaio. Il secondo pilastro, previsto per la stagione 2025-26, porta le premialità fino al 400%. Il terzo, operativo a partire dal 2028-29, obbligherà ogni club di Serie C a inserire in lista almeno otto giovani formati internamente.
I numeri del primo anno di applicazione sembravano incoraggianti. Nelle prime diciannove giornate del campionato 2023-24, i calciatori provenienti dai vivai iscritti in lista erano passati da 59 a 114: un incremento del 48%. I minuti giocati erano cresciuti del 25%. Il 70% delle società — 40 su 57 — aveva impiegato almeno un under 22 del proprio settore giovanile, contro il 56% della stagione precedente.
“Voglio ringraziare i club per un sostegno così ampio. Senza la Serie C non avrei mai avuto la stessa carriera e sin dal primo giorno da vicepresidente volevo fare qualcosa per i giovani.” — Gianfranco Zola, Social Football Summit, novembre 2024
Il CONI ha riconosciuto il valore dell’iniziativa assegnando a Zola la Stella d’Oro, la massima onorificenza sportiva italiana. Un riconoscimento che, per quanto meritato, non deve far abbassare la guardia sulla portata reale della riforma.
Perché i limiti ci sono, ed è onesto riconoscerli. La riforma si applica alla Serie C, non alla Serie A né alla B. Le grandi società — quelle che formano i ragazzi e li vendono alle prime due serie — continuano a seguire logiche diverse, spesso difficilmente compatibili con la valorizzazione del talento italiano. Incentivare chi fa giocare i propri vivai in terza serie è un passo avanti, ma non risolve il problema a monte: la qualità della formazione, gli investimenti nelle strutture, il ruolo sempre più invasivo dei procuratori nelle decisioni tecniche. La riforma Zola è un tassello necessario. Non è la risposta a tutto.
LE 900 PAGINE DI BAGGIO: IL PROGETTO CHE L’ITALIA NON VOLLE
Era il 4 agosto 2010 quando la FIGC, su proposta del presidente Giancarlo Abete e con il consenso del presidente dell’AIAC Renzo Ulivieri, nominò Roberto Baggio presidente del Settore Tecnico della Federazione. Il Divin Codino aveva appena visto la sua Nazionale eliminata all’ultimo posto del girone nel Mondiale sudafricano, battuta da Paraguay, Nuova Zelanda e infine Slovacchia. Era il momento di rimettere mano alle fondamenta.
Baggio prese il mandato sul serio. Non si limitò a presiedere riunioni o a dispensare dichiarazioni. Costruì un gruppo di lavoro composto da 50 professionisti tra tecnici, ricercatori ed educatori, e li tenne al lavoro per oltre un anno. Il risultato fu un dossier di novecento pagine, consegnato al Consiglio Federale nel novembre 2011 con il titolo ‘Rinnovare il futuro’.
Il cuore del progetto era una critica precisa e documentata al sistema di formazione italiano, incapace di valorizzare il talento perché ossessionato dalla tattica e dai risultati già nelle categorie più giovani. Baggio proponeva di rovesciare questa logica: prima la tecnica individuale, poi la tattica collettiva. Prima l’uomo, poi il calciatore.
Sul piano organizzativo, il dossier prevedeva la divisione dell’Italia in cento distretti, ciascuno presidiato da un centro federale coordinato da tre istruttori in possesso di tre requisiti precisi: laurea, passato professionistico, spiccate capacità educative. Un sistema capillare di scouting avrebbe dovuto monitorare fino a cinquantamila partite l’anno, con i dati confluiti in un archivio digitale centralizzato. La FIGC avrebbe potuto sapere, in tempo reale, dove crescevano i talenti e come si stavano sviluppando.
“Quando lo presentammo ci fecero fare 5 ore di anticamera per poi lasciarci parlare 15 minuti.” — Roberto Baggio, intervista alla Gazzetta dello Sport
Quella frase di Baggio vale più di qualunque analisi tecnica. Cinquanta persone, un anno di lavoro, novecento pagine. Quindici minuti per presentarle. La FIGC annunciò poi uno stanziamento di 10 milioni di euro per avviare il progetto, ma quei fondi non arrivarono mai. Le priorità federali cambiarono, il piano finì nei cassetti e Baggio, frustrato dall’impossibilità di incidere, rassegnò le dimissioni a gennaio 2013.
La domanda da porsi oggi, dopo la terza eliminazione consecutiva dai Mondiali, è semplice e dolorosa: se quelle novecento pagine fossero state lette davvero nel 2011, staremmo ancora qui a chiederci perché l’Italia non si qualifica? Il progetto di Baggio era in anticipo sul suo tempo. Prevedeva strutture diffuse sul territorio, scouting basato sul merito e non sulle conoscenze, formatori qualificati, una banca dati dei giovani. Era, in sostanza, il modello che France e Germania avrebbero poi reso celebre, e che l’Italia ha continuato a studiare da lontano senza mai adottare.
Il perché un progetto così strutturato non fosse stato nemmeno valutato seriamente resta un mistero. O forse no. Chi ha lavorato per anni nel calcio giovanile italiano sa che molti degli automatismi che Baggio voleva eliminare — i pagamenti sottobanco, le raccomandazioni, le reti di potere tra procuratori e dirigenti — avrebbero perso ragione di esistere se uno scouting meritocratico e capillare fosse entrato in vigore. Forse è proprio qui la risposta.
LE IENE, BAGNI E IL PREZZO DI UN SOGNO
Il 13 maggio 2025, durante una puntata de Le Iene su Italia 1, il giornalista Luca Sgarbi ha mostrato qualcosa che molti nel mondo del calcio conoscevano da sempre, ma che il grande pubblico ha faticato a credere possibile: per far entrare un ragazzo nel settore giovanile di una società professionistica non occorre il talento. Occorre il denaro.
Sgarbi si era finto il fratello di un giovane calciatore e aveva iniziato a muoversi nei meandri del calcio di provincia, finendo per incontrare Salvatore Bagni, ex centrocampista Inter e del Napoli campione d’Italia con Maradona, oggi talent scout con un’agenzia gestita insieme al figlio. Il colloquio, registrato di nascosto, ha mostrato un meccanismo senza pudore. La prima domanda non era ‘il ragazzo è bravo?’ ma ‘quanto siete disposti a spendere?’.
“Noi andiamo sempre sul cash. A meno di 30mila euro non facciamo niente. Tutti mi devono qualcosa, tutte le società, per questo li piazzo da tutte le parti.” — Salvatore Bagni, registrazione nascosta de Le Iene, maggio 2025
Il meccanismo alla base della selezione di molti giovani, tra serie C e campionato Dilettanti, lo spiega lo stesso Bagni: nella fattispecie, un amico dirigente alla Vis Pesaro, in Serie C. avrebbe potuto garantire non solo il tesseramento del ragazzo, ma anche la titolarità. Da sottolineare come le garanzie fossero fornite a fronte di zero minuti di supervisione del giocatore. La parola dell’allenatore non contava nulla. A contare era chi pagava. Alla fine della messa in onda, la Vis Pesaro ha sospeso il direttore sportivo citato nel servizio, Michele Menga, con un comunicato ufficiale.
Quello era solo l’inizio. Tre settimane dopo, il 3 giugno 2025, Sgarbi ha alzato ulteriormente il livello dell’inchiesta, stavolta con la Sampdoria. Fingendosi ancora il fratello di un aspirante calciatore — Emanuele Profeti, classe 2005 — ha offerto 70.000 euro per far passare il ragazzo dal Ronciglione United, squadra di Promozione laziale, alla Primavera blucerchiata. Attraverso due agenti sportivi, Giulio Biasin e Piero Borella, la trattativa era arrivata al responsabile del settore giovanile della Sampdoria, Luca Silvani. Formula: 10.000 euro di finta sponsorizzazione più 60.000 cash. Il giovane era stato tesserato il 3 febbraio 2025 senza che nessuno lo avesse mai visto giocare.
La Sampdoria, dopo la messa in onda, ha avviato un’indagine interna, prendendo le distanze da Silvani e riservandosi di adottare ogni provvedimento necessario. Nessuna valutazione tecnica era mai stata richiesta: né video, né partite, solo la disponibilità finanziaria della famiglia.
A descrivere la portata reale del fenomeno ci ha pensato lo stesso Sgarbi in una successiva intervista: quello che era uscito nelle puntate rappresentava, a suo giudizio, meno del 5% di quanto aveva visto e sentito durante l’inchiesta. Il problema non era il singolo caso isolato. Era la normalità con cui tutto veniva trattato. La nonchalance, aveva detto, era la cosa che colpiva di più: come se tutto fosse già scritto, già accettato, già digerito da tutti gli attori del sistema.
MANGIAMELI: LA TESTIMONIANZA DI CHI È CRESCIUTO NEL SISTEMA
Il 1° aprile 2026, il giorno dopo la sconfitta contro la Bosnia, Federico Mangiameli ha scritto un lungo post su Instagram. Non era un’analisi tattica. Era uno sfogo, forse il più lucido e documentato che si sia letto in quei giorni convulsi. Mangiameli, attaccante classe 2005, aveva giocato nelle giovanili di Milan, Bologna e Torino. Oggi è in Serie D con il Club Milano. Ha vent’anni. Ha già visto abbastanza.
“Solo chi ha vissuto in quel mondo lì può sapere lo schifo che c’è dietro: procuratori che portano giocatori dalla promozione alla Serie C grazie a una busta con 50mila euro, Serie A e Primavere fatte di solo stranieri pagati le follie al mese, oppure allenatori che non potevano neanche decidere chi schierare.” — Federico Mangiameli, Instagram, 1° aprile 2026
Mangiameli non ha fatto nomi, ma ha parlato di compagni di squadra trattati in maniera oscena dai dirigenti, senza rispetto. Ha parlato di un sistema tossico dal quale, a un certo punto, ha scelto di uscire. La sua storia non è quella di un ragazzo che non aveva le qualità: aveva esordito in Primavera con il Milan segnando due gol in 45 minuti, a Bologna in uno dei debutto più promettenti della stagione 2022. Poi qualcosa si era rotto. Le dinamiche extracalcistiche avevano preso il sopravvento.
È doveroso precisare che le parole di Mangiameli sono dichiarazioni personali, non supportate da atti giudiziari o prove documentali. Ma il loro valore non è tecnico: è testimoniale. Vengono da dentro quel sistema. E si sovrappongono in modo inquietante con quello che Le Iene hanno filmato e documentato da fuori.
Nei giorni successivi, la sua storia è diventata un caso mediatico. Molti hanno risposto con solidarietà, altrettanti con scetticismo. Ma il tema che Mangiameli ha sollevato — quello degli allenatori che non possono decidere le formazioni, dei calciatori stranieri pagati cifre folli nelle Primavere, dei procuratori come veri arbitri delle carriere — non è nuovo. È strutturale. E continua a non trovare risposta istituzionale.
VIVAI: CHI PRODUCE, CHI SPRECA
L’Italia del calcio giovanile non è tutta uguale. Alcune società investono, costruiscono, producono talenti che poi finiscono a fare carriera. Altre usano il settore giovanile come un obbligo di legge da assolvere con il minimo sforzo, spesso come canale per accumulare fondi attraverso meccanismi opachi.
La classifica dei vivai più produttivi d’Italia, costruita dal CIES Football Observatory sulla base dei calciatori formati — almeno tre anni tra i 15 e i 21 anni — poi arrivati a giocare nei principali campionati professionistici, mette in cima l’Atalanta. Bergamo prima di tutti, con 39 giocatori arrivati nelle cinque leghe europee più importanti. Un caso di scuola: la Dea ha fatto del proprio vivaio una filiera industriale che produce talenti e li rivende a peso d’oro, finanziando così le ambizioni della prima squadra.
Dietro l’Atalanta, nell’arco degli ultimi anni, si collocano nell’ordine Inter (36 giocatori), Juventus (35) e Roma (33). Ma se si guarda al valore economico generato, il quadro cambia leggermente: secondo Transfermarkt, considerando il valore di mercato dei giocatori formati, la Juventus grazie alla Next Gen ha prodotto 841 milioni di euro complessivi, l’Atalanta 858 milioni. Milan e Roma seguono a distanza. Tra le provinciali, l’Empoli è una storia straordinaria: con 333 milioni di valore generato, batte club con budget enormemente superiori.
Ma c’è un dato che mette in prospettiva tutto il resto: nella top 100 mondiale dei vivai più produttivi stilata ogni anno dal CIES, le italiane compaiono raramente e mai nelle prime posizioni. Il Real Madrid ha formato 85 giocatori poi arrivati a giocare ad alto livello, il Barcellona 81, il PSG 67. L’Ajax, pur essendo un club di una lega minore rispetto alle grandi europee, ne ha formati oltre 80. L’Atalanta — la migliore d’Italia — è 17esima. Questo non è un ritardo: è un abisso.
La Roma, nel proprio piccolo, merita una menzione speciale per la continuità: Giannini, Totti, De Rossi, Florenzi, Pellegrini, poi Bove, Pisilli, Volpato. Una filiera che ha attraversato generazioni, costruendo un’identità di club anche attraverso i propri prodotti giovanili. Il Milan ha nel suo DNA la stessa capacità, con un vivaio che in termini di valore medio per giocatore prodotto è tra i più alti d’Italia.
Il problema non è che manchino le eccezioni virtuose. Il problema è che le eccezioni siano rimaste tali. E che il sistema nel suo complesso — quello che dovrebbe garantire a ogni ragazzo talentuoso, indipendentemente dal ceto familiare, la possibilità di essere scoperto — non esista. I vivai migliori funzionano. Il sistema nazionale no.
I PROCURATORI: PADRONI INVISIBILI
La FIGC pubblica ogni anno, in ottemperanza all’articolo 8 sulla trasparenza, i compensi versati dai club di Serie A agli agenti sportivi. Sono numeri che, a leggerli con attenzione, raccontano una storia molto precisa: quella di un sistema in cui i procuratori contano quanto, se non più, degli allenatori stessi.
Nel 2025, le venti società della Serie A hanno versato complessivamente 249,4 milioni di euro ai propri agenti. Non solo per acquisti e cessioni, ma anche per rinnovi contrattuali, consulenze, mediazioni. Una media di 12,4 milioni a società. La crescita è costante: si partiva da 138 milioni nel 2020, si era arrivati a 174 nel 2021, 205 nel 2022, 220 nel 2023, 226 nel 2024, 249 nel 2025. Un incremento del 10% annuo, anno dopo anno, senza interruzioni.
In cima alla classifica 2025 troviamo la Juventus con 32,1 milioni, seguita da Napoli con 24,6 e Milan con 22,9. Poi Inter con 20,8 e Roma con 20,7. Da soli, i primi cinque club hanno assorbito quasi la metà dell’intera spesa di tutti e venti le società.
Questi numeri parlano di un ruolo che si è espanso ben oltre la sua funzione originaria. Il procuratore nasce per tutelare l’interesse del calciatore, per negoziare il contratto in suo favore, per orientarne la carriera. Ma nel calcio italiano ha progressivamente assunto il controllo di dinamiche che dovrebbero rimanere in mano alle società e agli allenatori: le scelte di formazione, le priorità del mercato, persino l’accesso ai settori giovanili.
Quello che Le Iene hanno mostrato — il pagamento cash per inserire un ragazzo nelle giovanili, imposizioni su decisioni di campo con l’allenatore che non può decidere chi mandare in campo — non è un incidente. È la manifestazione visibile di un potere che, in forme meno clamorose, si esercita ogni giorno su scala nazionale. Le commissioni crescono perché il peso degli agenti cresce. E il peso degli agenti cresce perché nessuno ha mai avuto la forza — o la volontà — di rimettere le cose al loro posto.
Un articolo apparso su Il Napolista nei giorni successivi all’eliminazione azzurra, sintetizzava bene il problema: nel calcio italiano investire sui giovani non conviene per legge. La riforma dello Sport entrata in vigore nel 2023 ha complicato ulteriormente la situazione fiscale delle società minori, rendendo ancora più oneroso il mantenimento dei vivai. In un sistema in cui i costi ci sono e i ritorni sono incerti, molti dirigenti preferiscono scorciatoie. E le scorciatoie, in Italia, hanno spesso il volto di un procuratore.
IL MODELLO FRANCESE: UN’ALTERNATIVA CHE L’ITALIA NON HA SCELTO
Per capire cosa avrebbe potuto essere, bisogna andare in Francia. Non al Mondiale del 2018, quando Les Bleus hanno vinto con Mbappé, Griezmann, Pogba. Bisogna andare agli anni Ottanta, quando la Federazione francese prese una decisione che ha cambiato il destino del calcio transalpino.
La Francia di quegli anni era, calcisticamente, un paese di secondo piano. Le grandi potenze erano Italia, Germania, Inghilterra, Olanda, Brasile, Argentina. I francesi vincevano poco e formavano ancora meno. Poi qualcuno decise di cambiare paradigma. Non aspettare che i talenti emergessero naturalmente, ma creare le condizioni perché emergessero sistematicamente. Il centro federale di Clairefontaine, inaugurato ufficialmente negli anni Ottanta e sviluppato nel decennio successivo su impulso della FFF, è diventato il simbolo di questa svolta.
Il modello di Clairefontaine è strutturalmente diverso da qualunque cosa l’Italia abbia mai provato a costruire. Non è solo un centro tecnico: è un luogo dove i ragazzi tra i 13 e i 15 anni vivono, studiano e si allenano. La scuola è dentro il centro. La formazione è totale — come esseri umani prima che come calciatori. Sul campo si lavora moltissimo sulla tecnica individuale e pochissimo sulla ricerca ossessiva del risultato. La vittoria nella partita del sabato non è il parametro con cui si giudica lo sviluppo di un ragazzo.
Da Clairefontaine sono usciti Thierry Henry, Nicolas Anelka, William Gallas, Louis Saha, Abou Diaby, Blaise Matuidi. E poi Kylian Mbappé. Il centro è gestito direttamente dalla Federazione, non da un club. Il modello si è poi replicato: oggi la Francia conta una quarantina di centri di formazione, incluso uno ai Caraibi e uno nell’Oceano Indiano, a testimonianza di una visione che abbraccia tutto il territorio nazionale — e oltre.
Il risultato più paradossale di questo sistema è statistico: nonostante l’investimento massiccio in formazione, la Ligue 1 è rimasta a lungo il campionato con il minor numero di stranieri tra i cinque top europei. Un sistema che produce talenti locali in quantità sufficiente da renderli economicamente convenienti rispetto agli stranieri. L’esatto contrario di ciò che è accaduto in Italia, dove gli stranieri sono aumentati perché i giovani italiani — mal formati, mal valorizzati, mal tutelati — costavano spesso di più, per via degli intermediari, dei costi fissi, delle aspettative familiari.
La Germania ha fatto qualcosa di simile nel 2001, dopo la figuraccia degli Europei in casa: ha imposto per legge ai club che volevano le licenze per giocare in Bundesliga di costruire centri giovanili certificati e di investire in formazione. In dieci anni, la Nationalmannschaft è tornata a vincere il Mondiale.
L’Italia ha guardato tutto questo da lontano. Ha istituito i Centri Federali Territoriali nel 2015, con uno stanziamento iniziale di 9 milioni in cinque anni per crearne duecento su tutto il territorio. Un progetto ambizioso sulla carta, rimasto molto al di sotto delle aspettative nell’esecuzione. La FIGC ha presentato a marzo 2026 un nuovo progetto tecnico, con Maurizio Viscidi come direttore tecnico per l’attività giovanile e campioni del mondo come Simone Perrotta e Gianluca Zambrotta nel ruolo di promotori per la fascia 5-12 anni. La filosofia è quella giusta — più tecnica, meno tattica, meno ossessione per il risultato — ma arriva trent’anni dopo la Francia.
IL TALENTO POVERO: L’INGIUSTIZIA CHE L’ITALIA NON VUOLE VEDERE
C’è un’ultima questione, quella più scomoda. In Italia, giocare a calcio è diventato un lusso. Le quote d’iscrizione alle scuole calcio possono arrivare a diverse centinaia di euro al mese. Le divise, le trasferte, le visite mediche, le attrezzature: il costo complessivo per una famiglia di un bambino iscritto a una squadra giovanile in una società di un certo livello può tranquillamente superare i 200 euro mensili. Moltiplicato per una stagione di dieci mesi, sono 2.000 euro. Una cifra non sostenibile per buona parte delle famiglie italiane.
E poi, man mano che il bambino cresce e si avvicina all’età professionistica, entrano in gioco i procuratori. Con i costi che Le Iene hanno documentato: 30.000, 50.000, 70.000 euro per aprire una porta. Chi non può permetterselo, quella porta non la varca. Indipendentemente dal talento.
Non è solo una questione di giustizia sociale. È una questione sportiva. Chiunque si sia occupato di psicologia dello sport sa che la fame di riscatto, la motivazione spinta dalla necessità, il fuoco che brucia in chi ha poco da perdere e tutto da guadagnare, sono fattori che producono campioni. I grandi talenti del calcio mondiale vengono spesso dalle periferie, dalle classi meno abbienti, da ambienti in cui il pallone non è un hobby, ma una via d’uscita. Maradona cresciuto a Villa Fiorito. Ronaldinho cresciuto a Porto Alegre. Mbappé cresciuto a Bondy, banlieue parigina.
Il calcio francese ha capito questa dinamica e ha costruito un sistema che non esclude i ragazzi poveri, ma li cerca attivamente. Clairefontaine non chiede alle famiglie di pagare: è la Federazione che investe. Lo scouting è capillare e va a cercare i ragazzi anche nei quartieri difficili, nelle periferie, nelle piccole città di provincia. Il risultato è che la Nazionale francese rappresenta realmente la Francia, tutta la Francia.
Quella italiana rappresenta molto meno. Perché chi non ha i soldi per pagare un procuratore, o per sostenere i costi di una scuola calcio di livello, viene espulso dal sistema in modo silenzioso e inesorabile. Quanti Totti, quanti Baggio, quanti Del Piero sono rimasti su un campetto di periferia perché la loro famiglia non poteva permettersi di seguire il percorso che il sistema impone? Non lo sapremo mai. E questa è forse la perdita più grande.
LE FAMIGLIE E LA DERIVA ANTISPORTIVA
C’è però un attore del sistema di cui si parla poco, quasi sempre sottovoce, e che invece ha un peso determinante nella mancata valorizzazione dei giovani calciatori in Italia: le famiglie. Genitori spesso animati da buone intenzioni, ma che nel calcio giovanile finiscono per riprodurre – e talvolta rafforzare – le stesse distorsioni che poi si denunciano a livello federale e professionistico. L’ansia del risultato, l’arrivismo, l’ambizione precoce diventano pressioni quotidiane esercitate sui ragazzi ben prima che abbiano l’età, la struttura psicologica o la maturità per sostenerle.
Nel calcio giovanile italiano vincere conta più che crescere. Conta più del miglioramento tecnico, più del percorso, più dell’educazione sportiva. È una cultura che non nasce solo negli uffici delle federazioni o nelle scelte dei dirigenti, ma che si alimenta a bordo campo, sugli spalti, negli spogliatoi, nel tragitto in auto dopo la partita. Una cultura che porta molti genitori a misurare il valore del figlio non su come ha giocato, ma sul risultato finale, sul minutaggio, sulla categoria, sulla maglia indossata, spesso cambiata di stagione in stagione nella speranza di una scorciatoia.
Andrés Iniesta lo spiegò con disarmante semplicità in un’intervista rilasciata nel 2017 a Mundo Deportivo, riferendosi esclusivamente alla Spagna e all’Italia:
“In Spagna, quando un bambino torna a casa dopo una partita, i genitori gli chiedono se ha giocato bene. In Italia gli chiedono se ha vinto. La differenza sta tutta qui.”
Non era una battuta né una provocazione, ma una radiografia culturale. In Spagna il focus è sul gioco e sulla crescita individuale. In Italia sul risultato immediato. Anche quando si tratta di bambini.
Questo approccio produce effetti a catena. Spinge alcune famiglie ad accettare, giustificare o persino cercare attivamente le distorsioni del sistema: il procuratore “giusto”, la conoscenza, la raccomandazione, il pagamento mascherato come investimento sul futuro. È anche così che le buste da 30.000 o 50.000 euro trovano terreno fertile: non solo perché qualcuno le chiede, ma perché qualcuno è disposto a pagarle pur di non restare indietro in una competizione che inizia sempre più presto.
Ma la pressione non si ferma qui. Nei campi del calcio giovanile italiano si assiste sempre più spesso a comportamenti che nulla hanno a che vedere con lo sport: insulti, minacce, aggressioni verbali e, in alcuni casi, vere e proprie risse tra genitori. Allenatori contestati davanti ai figli, arbitri – spesso giovanissimi – trattati come nemici, ragazzi di dodici o tredici anni caricati di una responsabilità che non dovrebbe mai gravare su di loro. In diverse occasioni, questa tensione è sfociata in episodi di violenza fisica, trasformando partite di bambini in fatti di cronaca.
È qui che si consuma il rovesciamento definitivo dei valori. Lo sport, che dovrebbe educare alla lealtà, al rispetto delle regole, alla correttezza verso l’avversario, diventa il suo contrario. Non sportività, ma antisportività. Non fair play, ma slealtà. Non rispetto, ma sopraffazione. I ragazzi osservano, assorbono, imparano. E imparano molto più da ciò che vedono fare agli adulti che da qualunque discorso educativo.
Quando un genitore legittima l’ossessione per la vittoria, giustifica il fallo cattivo o insulta un arbitro, trasmette un messaggio chiaro: il risultato vale più delle regole. È la stessa logica che, più avanti nel percorso, renderà normali le scorciatoie, i favoritismi e le mediazioni opache. Il seme è lo stesso. Cambia solo la scala.
In questo contesto, parlare di riforma del calcio giovanile senza includere anche una riflessione profonda sul ruolo delle famiglie significa fermarsi a metà dell’analisi. Non può esistere un sistema sano se l’ambiente che lo circonda è malato. E non può esistere un progetto credibile che agisca solo su federazioni, società e procuratori, lasciando fuori chi ogni settimana accompagna i ragazzi al campo e contribuisce, nel bene e nel male, a definire il significato profondo dello sport.
CONCLUSIONI: COSA SERVE ORA
L’Italia è fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva. Gabriele Gravina si è dimesso dalla presidenza della FIGC. Gennaro Gattuso, nominato commissario tecnico nell’estate del 2025, ha lasciato con le lacrime agli occhi. Il calcio italiano è in pezzi.
Ma i pezzi ci sono, e si possono rimettere insieme. La Riforma Zola in Serie C è un punto di partenza. Il nuovo progetto tecnico della FIGC — più tecnica, meno tattica — è la direzione giusta. L’Atalanta, l’Empoli, la Roma nei loro vivai dimostrano che fare bene è possibile. Le Iene hanno portato alla luce un sistema marcio che ora non può più essere ignorato.
Ciò che manca è il coraggio di fare le cose scomode. Regolamentare seriamente l’attività dei procuratori, non solo nelle transazioni di mercato ma anche nell’accesso ai settori giovanili. Rendere i vivai economicamente accessibili, abbattendo le barriere economiche che escludono i ragazzi più poveri — e spesso più motivati. Costruire una rete di centri federali realmente funzionanti, sul modello francese, finanziati dalla Federazione e non dalle famiglie. Applicare il principio che Baggio aveva messo nero su bianco nel 2011: lo scouting deve essere capillare, meritocratico, pubblico.
Queste riforme sono state scritte, proposte, discusse. Alcune sono state approvate formalmente e poi dimenticate. Il dossier Baggio ne è la prova più evidente e più dolorosa. Il problema dell’Italia non è la mancanza di idee. È la mancanza di volontà di chi ha il potere di cambiare le cose e trova più conveniente non cambiarle.
Ogni ragazzo che lascia il calcio perché la sua famiglia non può permettersi un procuratore è un fallimento collettivo. Ogni talento che non viene scoperto perché non c’è nessuno a cercarlo nelle periferie è un fallimento collettivo. Ogni busta da 50.000 euro che circola nell’ombra di un settore giovanile è un tradimento nei confronti di tutti quei bambini che calciano un pallone, magari sognando di farcela.
Il calcio italiano merita di più. E deve fare di più. A patto di scegliere — davvero, questa volta — da che parte stare.
Fonti: FIGC, Calcio e Finanza, Lega Pro, Il Fatto Quotidiano, Eurosport, Fanpage.it, Le Iene/Italia 1, Corriere dello Sport, Transfermarkt, CIES Football Observatory, Sprint e Sport, Corriere Adriatico, Tuttomercatoweb