Tre punti. Puliti, netti nel punteggio, meno netti nella sostanza.
La Juventus batte il Genoa 2-0 con una doppietta nel primo tempo firmata Bremer al 4’ e McKennie al 17’, poi si siede sul risultato con una gestione che ha il sapore dell’autocompiacimento più che del controllo.
Il primo tempo è quasi da manuale
I numeri lo certificano senza appello: 74% di possesso, 345 passaggi riusciti con il 92% di precisione, xG a 1,29 contro lo 0,09 del Genoa, che nei primi 45 minuti non esiste. Due grandi occasioni bianconere, quattro tiri in porta contro zero. Dominio totale. Ed è proprio da una ripartenza di Cambiaso — scambio filtrante con Yildiz — che nasce l’azione del primo gol: la geometria del vantaggio passa dai piedi del terzino azzurro.
Cambiaso, finché tiene
Quando è in campo è uno spettacolo di tecnica e intelligenza posizionale. Si relaziona con i compagni di reparto in modo naturale, quasi istintivo, e in fase di costruzione è uno dei pochi che sa sempre dove andare. Il problema è l’altro lato della sua gara: in fase difensiva si fa saltare come un birillo con una regolarità che non è più un episodio ma una caratteristica strutturale. Quando esce all’83’ è per limiti fisici, non tattici — e si vede.
Il secondo tempo racconta un’altra storia
Il Genoa che nella ripresa smette di subirla e comincia a farla: 52% di possesso, xG ribaltato a 1,28 contro 0,91, due grandi occasioni ospiti contro una sola bianconera. La Juventus cala, si abbassa, perde fluidità.
L’episodio: il rigore
Di Gregorio lo para. Sulla respinta para di nuovo, su un tiro pericolosissimo. Due interventi in un’azione sola, che valgono quanto il risultato finale. L’abbraccio collettivo dei compagni dopo quella doppia parata — spontaneo, genuino — è uno di quei momenti che dicono più di cento dichiarazioni post-partita. Un portiere in difficoltà, sostenuto da una squadra che non lo lascia solo.
Segnali dalla panchina
Emil Holm entra e si fa notare subito. Nell’azione costruita da Milik sul secondo palo manca pochissimo al gol: ci vuole un istante di fortuna per il Genoa. Buon segnale per un giocatore che deve ancora trovare continuità.
Il cuore del centrocampo
Thuram e Locatelli, il cuore del centrocampo.
Khéphren è ancora un ragazzo che si sta costruendo in tempo reale: si vede nel modo in cui cerca conferma negli occhi di chi lo sta plasmando prima di prendere una decisione. Ma quelle decisioni, quasi sempre, sono giuste. Ha qualcosa di raro — la disponibilità a imparare senza l’arroganza di chi si crede già fatto.
Locatelli, invece, è il solito leone: combatte, costruisce, detta i tempi corti e stretti. Se non gli metti un uomo appiccicato addosso, la partita la gestisce lui. Cala nella ripresa insieme agli altri — è umano — ma la sua presenza è ossigeno per questa squadra.
Yildiz e David, troppo poco
Entrambi spariscono nel momento in cui la partita chiede di più. Yildiz è assente per quasi tutta la gara, David convince nei primi dieci minuti e poi scompare. Il paradosso è che Milik — quasi due anni senza giocare — entra e fa subito la differenza, con presenza fisica e senso del pericolo che i titolari non avevano mostrato. Non è un complimento per chi era in campo dall’inizio.
Assenza pesante
McKennie, infine, non ci sarà contro l’Atalanta. L’ammonizione di stasera lo ferma nel momento peggiore. Una perdita che pesa.
Oltre il campo
Fuori dal campo, un’immagine da conservare: l’abbraccio tra Spalletti e De Rossi a fine gara. Ex calciatore e allenatore alla Roma, un rapporto che De Rossi stesso ha definito qualcosa che andava oltre il calcio. Due uomini che si rispettano davvero, in un mondo che di rispetto autentico ne vede poco.
Si porta a casa i tre punti. Ma il lavoro da fare è ancora lungo.