Inchieste

IL SISTEMA CHE NON CAMBIA: GOVERNANCE, POTERE E DECLINO DEL CALCIO ITALIANO

Dalla terza esclusione consecutiva dai Mondiali al nodo del commissariamento: chi comanda davvero il pallone italiano, e a quale prezzo

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi», tratta da Il Gattopardo (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

IL VERDETTO DI ZENICA

La notte del 31 marzo 2026 ha sancito un primato di cui nessuno voleva essere protagonista. Per la terza volta consecutiva la Nazionale italiana è stata eliminata agli spareggi: l’Italia non parteciperà ai Mondiali dal 2014, se ne riparla nel 2030. Prima la Svezia nel 2017, poi la Macedonia del Nord nel 2022, infine la Bosnia e Erzegovina ai rigori a Zenica. Nessuna “grande” nazionale si era mai fermata tre volte consecutive agli spareggi: Inghilterra, Spagna, Uruguay e Francia negli anni Settanta si erano fermate al massimo a due. L’Italia, campione del mondo per quattro volte, l’ultima nel 2006, è diventata il simbolo globale di un crollo senza precedenti nella storia del calcio moderno.

Il titolo e i sottotitoli delle prime pagine dei giornali raccontano una debacle totale: “Italia senza Mondiale per la terza volta di fila” sancisce un fallimento storico, sintetizzato dal drastico “Tutti a casa”. I quotidiani francesi titolano “L’Italie encore à terre”; quelli spagnoli “Tercer fracaso mundial”. La stampa internazionale è concorde: non si tratta di sfortuna, ma di un collasso strutturale.

Sul piano squisitamente sportivo, la partita di Zenica ha restituito l’immagine fedele di un sistema malato. L’Italia era partita bene: nel primo turno aveva battuto 2-0 l’Irlanda del Nord e anche contro la Bosnia era partita con grandi speranze, segnando l’1-0 con Moise Kean al 15′. Poi il difensore Alessandro Bastoni è stato espulso per un fallo giudicato “da ultimo uomo”. Il resto è cronaca di una disfatta: pareggio bosniaco, rigori, 5-2. Gennaro Gattuso in lacrime davanti alle telecamere. Gigi Buffon, capo delegazione, che si dimette in tempo reale sui social, definendo il suo addio “un atto impellente, che mi usciva dal profondo”.

La reazione degli sportivi italiani non calcistici è stata altrettanto eloquente. Gianmarco Tamberi, campione olimpico di salto in alto, ha replicato ironicamente alle parole di Gravina sulla differenza tra calcio professionistico e sport dilettantistici: “Se il calcio è professionismo, allora Sinner è un amatore”. Pietro Sighel, olimpionico dello short track, ha scritto: “Avanti così”. Tommaso Giacomel, argento olimpico nel biathlon, ha commentato: “Se può aiutare qualche calciatore, mi offro per fare il cambio”. Il messaggio era diretto: il gap tra il calcio e il resto dello sport italiano si era fatto insostenibile — economicamente, moralmente, istituzionalmente.

OTTO ANNI DI GRAVINA: IL BILANCIO DI UN’ERA

Gabriele Gravina è presidente della FIGC dal 22 ottobre 2018. Otto anni di mandato che coincidono — con l’unica eccezione dell’Europeo vinto nel 2021 — con il progressivo deterioramento del sistema calcistico italiano. Secondo la denuncia parlamentare presentata il 1° aprile 2026, la lunga gestione Gravina ha coinciso con l’aggravarsi di una crisi strutturale del movimento: impoverimento tecnico, assenza di una strategia credibile sui vivai e sulla valorizzazione dei giovani italiani, ritardi infrastrutturali, crescente distacco tra vertici e territorio, opacità nella selezione delle classi dirigenti e sostanziale chiusura del sistema rispetto a una vera assunzione di responsabilità.

Il paradosso di Gravina è quello di un uomo che ha sempre reclamato la paternità di riforme mai portate a compimento. Sulla panchina della Nazionale, in otto anni, ha esaurito tre commissari tecnici: Roberto Mancini — con cui vinse l’Europeo, per poi vederlo fuggire verso la panchina dell’Arabia Saudita nell’estate del 2023 in circostanze mai del tutto chiarite — Luciano Spalletti, esonerato dopo il deludente Europeo 2024, e infine Gennaro Gattuso, nominato nel giugno 2025. Con ciascuno di essi, il copione si è ripetuto: l’esito sportivo negativo è arrivato, e Gravina ha chiesto a tutti — anche a Buffon come capo delegazione — di non lasciarlo solo. La stessa supplica, le stesse parole, tre volte.

Dopo la sconfitta di Zenica, davanti alle telecamere, Gravina ha dichiarato: “La responsabilità oggettiva è della Federcalcio, è mia. La crisi è grande, bisogna ridisegnare il calcio: ma si parla della FIGC come dell’unico attore, quando invece la federazione fa sintesi.” E ancora: “La politica chiede subito le mie dimissioni. Ma anche la politica deve fare la sua parte.”

Una difesa d’ufficio che non ha convinto quasi nessuno. Il 2 aprile 2026, Gravina ha annunciato le dimissioni da presidente della FIGC durante il vertice con le componenti federali. Le elezioni per le nuove cariche saranno indette per il 22 giugno. A stretto giro si è dimesso anche il capo delegazione azzurro Gianluigi Buffon.

Tardive, secondo molti. Troppo calcolate, secondo altri. Il fatto che Gravina si sia dimesso solo dopo la riunione del 2 aprile — e non immediatamente dopo il fischio finale di Zenica, come aveva fatto Buffon — racconta molto sulla natura del suo rapporto con il potere. Gravina nonostante al termine della gara fosse sembrato orientato a temporeggiare alla ricerca di una ripartenza, ha poi dichiarato: “Ho la coscienza pulita, perché noi le riforme abbiamo provato a farle”. Una frase che suona come una difesa d’ufficio in un processo già concluso.

LA POLITICA CHE NON DOVEVA ENTRARE

C’è una norma non scritta nel mondo del calcio internazionale: la politica non dovrebbe mettere le mani nelle federazioni sportive. La UEFA, con il suo presidente Aleksander Čeferin, ha sempre vigilato con attenzione su questo confine, minacciando sanzioni pesanti per i Paesi che violassero l’autonomia delle istituzioni sportive. Il paradosso italiano è che questa regola è stata violata dal sistema stesso: da una politica federale che si è fatta strumento di conservazione del potere, da una politica parlamentare che ha faticato ad agire in tempo, e da una politica governativa che ora vuole intervenire rischiando di scatenare le stesse sanzioni che il calcio vuole evitare.

Mauro Berruto, deputato del Partito Democratico ed ex commissario tecnico della Nazionale di pallavolo, è stato tra i primi e più lucidi voci critiche del sistema. Nel luglio 2025, Berruto ha depositato una richiesta di indagine conoscitiva sul tema della giustizia sportiva, dichiarando che il sistema “è sfuggito dalle mani e dagli obiettivi originari” e viene usato “con enorme spreco di tempo e risorse, sempre più spesso come clava per demolire gli avversari delle governance federali in fantomatici tribunali dove i giudici vengono scelti e nominati da chi dovrebbe essere giudicato”.

Una denuncia precisa, documentata, che avrebbe richiesto una risposta parlamentare immediata. Invece, quella richiesta di indagine conoscitiva è stata accantonata per mesi, rinviata, sepolta dall’agenda parlamentare. L’Italia perse il Mondiale, e quella proposta giaceva ancora irrisolta. Berruto aveva indicato oltre venti soggetti da audire, dai vertici istituzionali alle associazioni di atleti, con un tempo massimo di quattro mesi per le audizioni e due mesi per concludere i lavori. Un lasso di tempo ragionevole per un’analisi seria. Nessuno ritenne urgente agire.

La risposta di Gravina all’iniziativa di Berruto fu secca e sprezzante: “Se Berruto è a conoscenza di fatti gravi, come quelli a cui fa riferimento nella sua dichiarazione, li andasse a denunciare alla Procura della Repubblica facendo nomi e cognomi.” Una risposta che non confutava nessuna delle argomentazioni di Berruto, ma le spostava sul piano penale per neutralizzarle politicamente.

Dopo la terza eliminazione, il conto è arrivato. Un gruppo di 40 senatori, appartenenti sia alla maggioranza sia all’opposizione, ha presentato un’interrogazione a risposta scritta indirizzata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro per lo Sport Andrea Abodi, chiedendo di valutare la posizione del presidente della FIGC Gabriele Gravina e sollecitando l’eventuale commissariamento dell’ente.

Il ministro Abodi ha rotto gli indugi: “È evidente a tutti che il calcio italiano va rifondato e che questo processo debba ripartire da un rinnovamento dei vertici della FIGC. Mi dispiace pensare che ci sia un’intera generazione di bambini e ragazzi che non abbia ancora provato l’emozione di veder giocare la Nazionale in un Mondiale di calcio.” E ha aggiunto: “Commissariamento FIGC? Parlando con Buonfiglio ho rinnovato l’invito a valutare tutte le forme tecniche compatibili perché potrebbero esserci tutti i presupposti.”

LE ELEZIONI DEL 22 GIUGNO: SI CAMBIA PER NON CAMBIARE

Le elezioni per il nuovo presidente FIGC sono fissate per il 22 giugno 2026. A eleggere il nuovo presidente saranno 274 delegati in rappresentanza delle società di Lega Serie A, Lega Serie B, Lega Pro, Lega Nazionale Dilettanti, Associazione Italiana Calciatori e Associazione Italiana Allenatori di Calcio. Un sistema di voto che, per la sua composizione, tende strutturalmente a conservare gli equilibri esistenti: chi ha il potere nelle leghe, ha il potere nelle elezioni.

I candidati alla presidenza federale devono depositare la loro candidatura almeno 40 giorni prima del voto (entro il 13 maggio) e la FIGC provvederà poi a rendere pubblici nomi e programmi sul proprio sito almeno 30 giorni prima delle elezioni.

I nomi in circolazione raccontano già molto sulle dinamiche in campo. In pole position per la presidenza sembra esserci Giovanni Malagò, ex presidente del CONI, reduce dal successo delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, il cui nome è al momento il più forte tra i possibili candidati, anche perché gode dell’appoggio della Serie A. In corsa ci sono anche Giancarlo Abete, numero uno della FIGC dal 2007 al 2014, Matteo Marani, presidente della Lega Pro, e Demetrio Albertini, candidatura preferita dal mondo dei calciatori.

I nomi evocati sono molti: Malagò, Marotta, Abete, Marani, Tommasi, Albertini, Del Piero, Maldini. Altri rimangono coperti.

La preoccupazione di molti osservatori è che questo processo elettorale, per quanto formalmente corretto, non possa produrre una vera discontinuità. Il meccanismo di voto premia chi ha costruito consenso all’interno del sistema. E il sistema — con le sue leghe, le sue componenti tecniche, i suoi equilibri taciti — tende a selezionare candidati che non alterino i rapporti di forza esistenti. Come ha osservato Franco Carraro, ex presidente FIGC: “Nei prossimi giorni si parlerà di riforme, partirà di fatto una sorta di campagna elettorale. Ma le mie preoccupazioni non si fermano qui: ad ottobre 2026 dovremo consegnare un dossier con garanzie sui sei stadi per gli Europei.”

L’allarme degli stadi è reale. L’età media di uno stadio di Serie A è di 69 anni, il doppio rispetto a Germania e Inghilterra. Stadi vecchi solitamente generano meno ricavi, e questo vale ancora di più in Italia, dove pochi club ne sono effettivamente proprietari. L’Italia ospiterà l’Europeo del 2032 insieme alla Turchia. Se non riuscisse a garantire le strutture necessarie, rischierebbe persino di perdere quella co-organizzazione.

LA GIUSTIZIA SPORTIVA: IL SISTEMA CHE GIUDICA SE STESSO

Al cuore della crisi strutturale del calcio italiano c’è un problema di governance che precede e supera le singole vicende sportive: il sistema della giustizia sportiva. Come ha denunciato Berruto, “negli anni sono emerse radiazioni per motivazioni assurde, una giungla dove c’è assegnazione diretta del ruolo del giudice, magari anche in situazioni di conflitti di interesse che diventano quasi imbarazzanti. Un sistema che magari poteva avere un senso 40 anni fa, ma che oggi è almeno da analizzare e da revisionare”.

Il problema è strutturale: in Italia il modello è che i presidenti federali nominino i giudici che potenzialmente sarebbero chiamati a giudicarli. Una circolarità che non ha eguali nei principali ordinamenti sportivi europei.

Due casi hanno segnato in modo indelebile la storia recente del calcio italiano, e di fatto — insieme alla mancata riforma del sistema — ci hanno portato al punto in cui siamo oggi.

Il primo è Calciopoli: lo scandalo del 2006, che portò alla retrocessione della Juventus in Serie B e alla revoca degli scudetti 2005 e 2006, mosse da intercettazioni telefoniche che coinvolsero dirigenti federali, arbitri e club. Una vicenda che non fu mai veramente chiusa e che ha lasciato una profonda ferita nel tessuto della credibilità istituzionale del calcio italiano.

Il secondo è il caso Juventus-plusvalenze del 2022-2023 (identificato nel dibattito pubblico anche come “caso Paratici-Agnelli”), che portò alla Juventus una prima penalizzazione di 15 punti in Serie A (poi ridotta a 10 dalla Corte Federale d’Appello), in un processo nel quale la stessa giustizia sportiva si contraddiceva e si ridisegnava, generando un caos giuridico senza precedenti. Come ha ricordato Berruto, in quella vicenda si è assistito alla cessione di giocatori come Dragusin dal Genoa al Tottenham a cifre superiori rispetto a quanto originariamente incassato dalla Juve, di Rovella alla Lazio a una quotazione inferiore di quella necessaria per prelevarlo, e di vari Orsolini, Mandragora e altri, additati come affari gonfiati e poi valutati molto meno di quanto il campo avrebbe dimostrato.

Processi costruiti su basi fragili, con giudici nominati dagli stessi enti potenzialmente giudicati, che si sono conclusi con sentenze contraddittorie e hanno eroso ulteriormente la fiducia nell’intero sistema.

I CONTI CHE NON TORNANO: IL DISASTRO ECONOMICO

Il calcio italiano è in crisi non solo sportiva, ma economica. I numeri sono impietosi. Complessivamente negli ultimi cinque esercizi i club del massimo campionato italiano di calcio hanno accumulato perdite complessive pari a 3,2 miliardi di euro, con una media di 635 milioni di euro per stagione.

Nella stagione 2024/2025, i 20 club della Serie A hanno registrato un rosso aggregato pari a quasi 349 milioni di euro, con ricavi per 4,04 miliardi a fronte di costi per 4,2 miliardi. L’indebitamento lordo complessivo dei club di Serie A al 30 giugno 2025 è salito a 4,89 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 4,72 miliardi del 2023/24.

Sullo sfondo del bilancio complessivo della Serie A — che per la prima volta ha superato i 4 miliardi di ricavi — si nasconde un sistema dipendente da plusvalenze straordinarie e da voci una tantum: la crescita è stata spinta dal raggiungimento della finale di Champions League da parte dell’Inter e dai premi FIFA legati alla partecipazione al Mondiale per Club per Inter e Juventus. Se si considerano esclusivamente i ricavi ordinari, il valore è rimasto pressoché invariato.

Nel frattempo, le categorie inferiori crollano. Dal 2000 a oggi, sono oltre 180 le società di calcio italiane che hanno dovuto affrontare fallimenti, liquidazioni e conseguenti esclusioni dai propri campionati. Nella stagione 2024-2025, realtà storiche come il Brescia, la SPAL e la Lucchese hanno affrontato il fallimento.

E tuttavia, come ha denunciato l’ex giocatore NBA Andrea Bargnani nel giorno successivo all’eliminazione: “La massima espressione di questo ‘professionismo’ ostentato ieri, la Serie A, ha chiuso l’esercizio 2025 con un buco di oltre mezzo miliardo di euro (-531.241.500 euro per l’esattezza)… quindi mi verrebbe subito da chiedere: quando, come e dove si manifesta tutto questo professionismo?”.

IL FONDO MISTERIOSO: L’ARMA DEL COMMISSARIAMENTO

C’è una vicenda che scorre sotto la superficie del dibattito pubblico sul commissariamento, e che potrebbe essere la chiave giuridica più solida per giustificarlo. Riguarda il Fondo di Fine Carriera dei calciatori, un’istituzione nata nel 1975 per garantire ai professionisti del pallone un’indennità assimilabile al TFR.

Il Fondo di Fine Carriera, associazione senza scopo di lucro con sede a Roma, è finito al centro di un contenzioso promosso da circa 200 atleti tra attuali ed ex professionisti. Capofila dell’iniziativa è Emiliano Viviano, ex portiere di Serie A.

Con Viviano, i legali dello Studio T-Legal Brigida-Vocalelli & Partners hanno richiesto i bilanci degli anni in cui l’ex portiere ha versato le sue somme, ottenendo un decreto ingiuntivo da un giudice di Roma a dicembre. Il Fondo si è opposto dichiarando che in capo a Viviano non esiste alcun diritto di ispezione e controllo dei bilanci — una posizione che, se estesa, negherebbe tale diritto ai 60.000 e più giocatori di Serie A e Serie B che hanno versato somme al Fondo.

Secondo Andrea Ferrato, amministratore di Offside FC, società che ha analizzato centinaia di estratti conto di ex calciatori, “non c’è alcuna congruenza fra il versato e l’ammontare ricevuto e anche la rivalutazione incassata spesso è di gran lunga inferiore a quanto spetterebbe loro da disciplina codicistica”.

I numeri della vicenda sono stati ricostruiti dall’Espresso: nel consiglio di amministrazione del fondo siedono Umberto Calcagno, attuale presidente dell’Associazione Italiana Calciatori e vicepresidente FIGC, e Francesco Ghirelli, vicepresidente FIGC. Il fondo controlla inoltre il 100% di Sport Invest 2000 S.p.A., con la stessa presidenza affidata a Leonardo Grosso e tra i consiglieri ancora Calcagno, Ghirelli e Renzo Ulivieri.

Sport Invest 2000 si era impegnata a cedere un immobile di Roma, in via Gregorio VII, al Centurion Global Fund, un fondo d’investimento di diritto maltese finito ripetutamente sotto i riflettori delle cronache giudiziarie e finanziarie — lo stesso fondo in cui la segreteria di Stato vaticana aveva investito 70 milioni di euro in operazioni speculative, tra cui l’acquisto del palazzo di Sloane Avenue a Londra. La bufera giudiziaria travolse il fondo e l’operazione di acquisto si bloccò, ma i legali di Centurion avviarono una causa legale contro Sport Invest 2000 che prosegue ancora oggi, costando migliaia di euro di spese legali alla società.

A marzo 2026, in poco più di due settimane dalla conferenza stampa di denuncia, i legali sono stati contattati da circa 300 ex professionisti: non solo calciatori e allenatori, ma anche preparatori atletici e figure dirigenziali. Il numero cresce ogni giorno.

Questo è il punto cruciale: secondo i criteri enunciati dallo stesso presidente del CONI Luciano Buonfiglio — “per esserci un commissario c’è bisogno di gravi mancanze amministrative, quando gli organismi non funzionano e c’è una cattiva gestione etico-morale” — il caso del Fondo di Fine Carriera potrebbe rappresentare proprio quella “cattiva gestione etico-morale” che aprirebbe la porta al commissariamento.

COMMISSARIAMENTO: IL NODO GORDIANO

Il tema del commissariamento è diventato il centro del dibattito post-Zenica. Ma è uno scenario che divide profondamente, non solo per ragioni politiche, ma per i rischi oggettivi che comporta.

Il rischio, qualora si concretizzasse un commissariamento imposto dalla politica, sarebbe quello di sanzioni severe da parte della UEFA. Tra le conseguenze più temute c’è l’esclusione delle squadre italiane dalle competizioni europee, oltre alla possibile estromissione della Nazionale dalle competizioni continentali. E sullo sfondo incombe l’ombra dell’Europeo 2032, che l’Italia dovrebbe co-ospitare.

Il senatore Claudio Lotito avrebbe dato mandato a Lorenzo Casini, ex numero uno della Lega Serie A, di preparare un disegno di legge con il quale la politica potrebbe commissariare la Federcalcio. Una mossa che la UEFA osserva con estrema preoccupazione. Per molti si tratterebbe di una grave ingerenza della politica nel calcio, qualcosa che piace poco anche alla UEFA, che potrebbe decidere di estromettere le squadre italiane dalle coppe europee — compresa l’Italia dall’Europeo.

Il governo resta convinto della necessità di un commissariamento per rifondare tutto. Sfumata la possibilità che la via fosse aperta dalle dimissioni dell’intero consiglio FIGC, il prossimo snodo è l’assemblea elettorale: uno stallo sul presidente aprirebbe le porte al commissario.


CHI È PER IL COMMISSARIAMENTO, CHI È CONTRO: LA MAPPA DEL POTERE

FAVOREVOLI al commissariamento e alla rottura radicale:

  • Andrea Abodi (Ministro per lo Sport): ha esplicitamente chiesto al CONI di “valutare tutte le forme tecniche compatibili” per il commissariamento.
  • Claudio Lotito (Senatore, Presidente Lazio): al lavoro su un disegno di legge apposito.
  • Mauro Berruto (PD, ex CT pallavolo): favorevole a un’indagine conoscitiva approfondita; ritiene che le dimissioni di Gravina avrebbero dovuto essere “un atto di dignità istituzionale immediato”.
  • Gianmarco Tamberi, Pietro Sighel, Arianna Fontana (campioni olimpici): hanno pubblicamente espresso scetticismo verso il sistema e le sue giustificazioni.
  • Franco Selvaggi (ex calciatore, campione del mondo 1982): ha dichiarato la sua “delusione e amarezza” invitando a guardare anche alle ripercussioni economiche dell’assenza dai Mondiali.

CONTRARI al commissariamento e favorevoli alla via elettorale:

  • Luciano Buonfiglio (Presidente CONI): ha frenato sull’ipotesi di commissariamento, ricordando che “servono condizioni molto specifiche per un intervento straordinario”.
  • Renzo Ulivieri (Presidente AIAC, Assoallenatori): ha espresso “solidarietà” a Gravina durante le dimissioni, definendo la riunione “molto triste”. Figura di lungo corso — con oltre trent’anni di presenza nei vertici calcistici — Ulivieri rappresenta quella continuità istituzionale che molti identificano come parte del problema.
  • Ezio Maria Simonelli (Presidente Lega Serie A): ha invitato alla calma, dichiarando che non si è ancora discusso di candidati e che “le elezioni del 22 giugno sono la strada”.
  • Giovanni Malagò (ex Presidente CONI, principale candidato alla presidenza FIGC): ha mostrato perplessità sull’intervento politico diretto, preferendo la via elettorale con un programma di riforme.
  • Giancarlo Abete (LND, ex Presidente FIGC): potenziale candidato, si è detto disponibile senza esporsi.
  • Federico Mollicone (Presidente VII Commissione Camera, FdI): ha annullato l’audizione di Gravina prevista per l’8 aprile, creando tensioni con la FIGC che aveva già concordato la disponibilità.

FIGURE INTERNE DI CONTINUITÀ:

  • Renzo Ulivieri merita un discorso a parte. Presidente dell’Associazione Italiana Allenatori da decenni, figura di assoluta continuità nel calcio italiano, siede anche nel consiglio di amministrazione di Sport Invest 2000 — la società del Fondo Fine Carriera finita nel mirino dei legali degli ex calciatori. La sua dichiarazione post-dimissioni di Gravina — “siamo in difficoltà non da ora, ma dal 2006” — risuona con particolare ironia: è anche la storia della sua permanenza ai vertici del sistema.
  • Umberto Calcagno (Presidente AIC): ha dichiarato che “la federazione non ha strumenti giuridici per imporre che ci siano italiani in campo”, una delle questioni tecniche più dibattute. Siede anche nel CdA del Fondo Fine Carriera.

L’ELEFANTE NELLA STANZA: IL CALCIO GIOVANILE E LE RIFORME MANCATE

Dietro ogni eliminazione dagli spareggi c’è una crisi strutturale che parte dall’origine: il settore giovanile. Nel 2025, la FITP (Federazione italiana tennis e padel) ha superato la FIGC nei ricavi complessivi; e mentre crescono i contributi pubblici di molte altre federazioni sportive, quelli allocati per la FIGC rimangono più o meno gli stessi.

Il calcio resta lo sport più praticato in Italia: i tesserati della FIGC sono quasi un milione e mezzo, pari a circa il 30 per cento di tutti i tesserati attivi nelle 50 federazioni sportive italiane. Eppure, la Nazionale è in crisi, e ancor più lo è la Federcalcio, che si trova in una “crisi di governo” del calcio.

Gli stadi restano il nodo infrastrutturale irrisolto: con un’età media di 69 anni — il doppio rispetto a Germania e Inghilterra — generano meno ricavi, e questo vale ancora di più in Italia, dove pochi club ne sono effettivamente proprietari. Ogni proposta di riforma degli impianti sportivi è naufragata nel mare della burocrazia, degli interessi particolari, della mancanza di volontà politica.

Le accademie giovanili italiane producono meno talenti di quelle francesi, spagnole e tedesche. La Bundesliga ha quotidianamente oltre 20 calciatori tedeschi in campo; la Serie A fatica ad avere italiani nei ruoli chiave. Non è solo questione di norma o di regolamento, è una crisi di sistema: i club preferiscono investire su giocatori stranieri già formati piuttosto che investire in accademie i cui frutti richiedono anni.

LE VOCI FUORI DAL CORO

Accanto al dibattito istituzionale, si è sviluppato un dibattito nel dibattito, quello dell’informazione sportiva. Francesco Ordine, noto commentatore e firma di lungo corso del giornalismo calcistico italiano, ha descritto in più occasioni — anche in ospitate su piattaforme come Juventibus, il canale YouTube gestito da Massimo Zampini — la dinamica del potere federale: un sistema che si autorigenera, in cui le elezioni producono risultati sempre coerenti con gli equilibri preesistenti. Un meccanismo che potremmo definire, mutuando una formula cara alla politica italiana, “cambiare tutto per non cambiare niente”.

Il problema della narrazione sportiva televisiva è altrettanto serio. Negli ultimi anni, il format dell’opinionista urlatore — incarnato da figure come Lele Adani, con il suo stile enfatico e divisivo — ha trasformato il dibattito calcistico in un teatrino emotivo dove la sostanza delle analisi tattiche e strutturali scompare sotto le grida. Non è un problema estetico: è un problema culturale. Quando la narrazione del calcio diventa intrattenimento puro, l’accountability dei dirigenti sparisce, i fallimenti vengono metabolizzati rapidamente, e il sistema non viene mai davvero chiamato a rispondere.

CONCLUSIONE: RISCRIVERE TUTTO O CONSERVARE TUTTO?

L’Italia del calcio è a un bivio. Da un lato, la via delle elezioni del 22 giugno: un processo formalmente corretto, ma strutturalmente incapace di produrre una vera discontinuità, dominato dagli stessi attori che hanno governato il sistema negli ultimi vent’anni. Dall’altro, la via del commissariamento: una soluzione radicale, giuridicamente complessa, e potenzialmente disastrosa se gestita come ingerenza politica anziché come operazione di risanamento trasparente.

Esiste però una terza via, quella che nessuno sembra voler nominare con coraggio: aprire tutti i cassetti. Il Fondo di Fine Carriera, i bilanci delle federazioni secondarie, le nomine agli organi giudicanti, i rapporti tra procure sportive e club, le frequentazioni tra figure istituzionali e ambienti del calcio professionistico. Aprire quei cassetti con mani davvero imparziali — non quelle del governo di turno, non quelle dei presidenti di lega, non quelle di chi ha interessi in campo — e riscrivere le regole da zero.

Il tempo stringe. L’Europeo 2032 è in arrivo. I Mondiali 2030 sono l’ultima finestra utile per riabilitare una Nazionale che da sedici anni non partecipa a una Coppa del Mondo. E una generazione intera di bambini italiani non ha mai visto la maglia azzurra in un torneo mondiale. Come ha scritto il Corriere dello Sport, “ci sono tre generazioni di giovani tifosi che si sono fatti grandi aspettando un’Italia da Mondiale”.

Il conto della politica del rinvio è questo. E qualcuno, prima o poi, dovrà pagarlo.

Fonti: ANSA, Il Post, Sky Sport, Gazzetta del Sud, Il Messaggero, Tuttosport, Calcio e Finanza, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano, Sport Mediaset, Sky TG24, Fanpage, Il Giornale, Sportitalia, ItaliaOggi, Sportmediaset.