A giugno scorso scrivevo su queste pagine che il calcio italiano era in bancarotta. Campionati falsati, squadre fallite, una Federazione senza guida e una Nazionale allo sbando. Concludevo con una sola parola d’ordine: commissariamento immediato.
Non mi ha ascoltato nessuno.
Stasera a Zenica è arrivata la terza eliminazione consecutiva dai Mondiali. Tre volte. Non è più un incidente, non è più sfortuna, non è più il palo maledetto o il rigore sbagliato. È un sistema che non funziona, e che non funziona per ragioni precise, strutturali, che nessuno ha voluto affrontare.
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Quello che avevo scritto. E quello che è cambiato.
A giugno scrivevo di Gravina senza credibilità, di una FIGC paralizzata, di un campionato falsato dal caso Brescia e dai tribunali. Scrivevo di Spalletti esonerato, di Ranieri che aveva rifiutato la panchina, di una Nazionale senza CT.
Da allora è arrivato Gattuso. Un uomo di cuore, un uomo di campo, che ha avuto il merito di portare l’Italia fino a questa finale playoff. Non è poco. Ma il problema non era il CT, non lo era allora e non lo è oggi. Il problema è il sistema dentro cui qualsiasi CT deve lavorare.
Perché Gattuso poteva fare miracoli sul campo — e in parte li ha fatti — ma non poteva riparare da solo vent’anni di danni strutturali. Non poteva far crescere una generazione di giocatori che il sistema non ha saputo sviluppare. Non poteva trasformare una Serie A sempre più spettacolo-televisivo e sempre meno fucina di talenti in qualcosa che producesse calcio vero.
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La responsabilità della Lega. Quella vera.
Ho scritto che la Lega ha fallito. Lo confermo. Ma bisogna dire in cosa ha fallito, con precisione, senza limitarsi alla rabbia.
La Lega Serie A ha operato per anni con un solo obiettivo reale: massimizzare i diritti televisivi nel breve periodo, difendere gli equilibri di potere tra i grandi club, e ignorare sistematicamente tutto ciò che riguardava lo sviluppo del calcio italiano come infrastruttura sportiva. Vivai? Problema dei singoli club. Stadi? Da costruire un giorno, forse. Regole finanziarie? Da aggirare con i tribunali.
Il risultato lo vediamo oggi. La Nazionale italiana si presenta a una finale playoff con una rosa di buon livello individuale — Donnarumma, Bastoni, Barella, Tonali — ma senza identità di gioco consolidata, senza un’idea precisa di cosa voglia essere, senza quella cultura tecnica profonda che caratterizzava le generazioni precedenti.
Dzeko, nella conferenza stampa della vigilia, ha detto che all’Italia di oggi mancano Totti e Del Piero. Ha ragione, e non lo ha detto per cattiveria. Lo ha detto perché è vero, e perché lo sa chiunque guardi il calcio con occhi onesti. Quella generazione non è stata rimpiazzata. Non perché i talenti non esistano, ma perché il sistema non li ha prodotti.
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Il commissariamento che non è arrivato.
A giugno chiedevo un commissario straordinario per la FIGC. Invece è rimasto tutto com’era. Gravina è ancora lì. La struttura è ancora quella. Le stesse facce, gli stessi equilibri, gli stessi interessi.
E ora, dopo la terza eliminazione, sentiremo le stesse parole: “profonda riflessione”, “cambio di rotta”, “progetto giovani”. Le sentiamo dal 2018. Hanno la stessa funzione delle promesse elettorali: servono a coprire l’immobilismo, non a superarlo.
La domanda che bisogna fare — e che quasi nessuno fa — è questa: chi beneficia di questo sistema che non cambia? Chi ha interesse a mantenere una FIGC debole, una governance confusa, un calcio che si regge sui tribunali invece che sul campo?
La risposta non è semplice, ma la direzione è chiara: chi controlla i flussi economici del calcio italiano — diritti televisivi, agenti, procuratori, sponsor — non vuole una federazione forte. Una federazione forte farebbe regole. Farebbe rispettare le regole. Costerebbe soldi.
Cosa serve adesso. Per davvero.
Non un altro CT. Non un altro piano giovani annunciato e dimenticato. Non un’altra commissione.
Serve che qualcuno si assuma la responsabilità politica di quello che è successo. Gravina deve andare. Non perché sia il solo colpevole — non lo è — ma perché il suo permanere in carica rappresenta la continuità di un sistema che ha prodotto questo risultato.
Serve una riforma dei vivai che non sia decorativa, con investimenti obbligatori, parametri verificabili, penalità reali per chi non rispetta gli impegni.
Serve una governance federale che abbia l’autorità e l’indipendenza per fare scelte impopolari, anche contro i club più potenti.
Serve, soprattutto, che il calcio italiano smetta di raccontarsi storie. Che smetta di credere che il problema sia sempre esterno — l’arbitro, la sfortuna, il campo della Bosnia — e cominci a guardare dentro se stesso con onestà.
Una nota finale.
A giugno concludevo così: *“O si interviene adesso, o il calcio italiano sarà definitivamente morto.”*
Adesso è più tardi. Non definitivamente, perché il calcio non muore mai del tutto — è troppo amato per questo. Ma ogni eliminazione senza conseguenze reali è un mattone in più nel muro che separa il calcio italiano da quello che potrebbe essere.
Tre Mondiali senza l’Italia. Una generazione di tifosi che non ha mai visto la propria Nazionale in una Coppa del Mondo. Questo non si recupera con un comunicato stampa.
Si recupera solo con il coraggio di cambiare davvero. E il coraggio, finora, è mancato a tutti.