Inchieste

Il modello Milano.

Una storia di potere, opacità e impunità. E di una domanda antica: <<Volete essere Liberi? Allora siate giusti.>>

San Siro, il castello di carte: quando il «modello Milano»
incontra la Guardia di Finanza

La mattina del 31 marzo 2026 non è una mattina qualunque per il calcio italiano. Perquisizioni in corso e nove indagati per turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio: tra i nomi figurano gli ex assessori comunali Giancarlo Tancredi e Ada De Cesaris, alcuni consulenti di Inter e Milan all’epoca dei fatti, e Simona Collarini, ex dirigente del settore Rigenerazione Urbana del Comune e responsabile unico del procedimento di dismissione dello stadio.

Non è neppure uno sfondo qualsiasi; è il cuore pulsante di quella narrativa che per anni la stampa di sistema, i dirigenti dei club milanesi, i vertici FIGC e alcuni rappresentanti dell’amministrazione comunale ci hanno rappresentato come un modello virtuoso: il «modello Milano». Ebbene, oggi quel modello ha avuto la visita della Guardia di Finanza.

Il bando costruito su misura?

L’inchiesta sulla vendita di San Siro, coordinata dai PM Giovanna Cavalleri, Paolo Filippini e
Giovanni Polizzi e affidata ai militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Gdf di Milano, ipotizza la turbativa d’asta e la rivelazione del segreto di ufficio.
Tra gli indagati compaiono anche figure di primo piano dei club: Mark Van Huukslot e Giuseppe Bonomi — uno già manager del club nerazzurro, l’altro presidente di Sport Life City, controllata del Milan — e Alessandro Antonello, ex CEO corporate dell’Inter.

Ma la notizia più inquietante non è nei nomi. È nel metodo. Nel documento di autorizzazione del giudice emerge come gli indagati, attraverso interlocuzioni informali tra loro, nel contesto del procedimento amministrativo diretto all’alienazione e valorizzazione dell’area San Siro — sviluppatosi tra il 2017 e il 2025 — avrebbero alterato il procedimento amministrativo volto alla determinazione del contenuto dell’avviso pubblico. In parole semplici: il bando non era neutro.

L’ipotesi al vaglio degli inquirenti è che la vendita del Meazza a Inter e Milan, da cui il Comune incasserà, alle scadenze stabilite, 197 milioni di euro, possa aver favorito gli interessi dei privati a discapito di quello pubblico.
A denunciarlo, anni prima dell’avvio dell’indagine della Procura di Milano, erano stati i cittadini.

L’inchiesta è partita in seguito a una serie di esposti arrivati in Procura, tra cui quello firmato dall’ex vicesindaco Luigi Corbani e dal promoter musicale Claudio Trotta, tra i fondatori del comitato Sì Meazza. Trotta, in una lettera aperta al sindaco Sala, aveva spiegato che avrebbe voluto partecipare al bando con altri operatori dello spettacolo dal vivo, ma che, dati i tempi
eccessivamente ristretti, ciò si era rivelato impossibile. Un avviso pubblico che, secondo i PM di Milano, era stato nella sostanza costruito sulle caratteristiche gradite alle società sportive.

C’era però chi aveva visto tutto con largo anticipo.

Il 10 settembre 2019, l’architetto Stefano Boeri scrisse al sindaco Beppe Sala una chat personale, dopo che il suo progetto «stadio-bosco» era stato scartato. Lo avvertiva «in amicizia» che sull’operazione San Siro stavano prevalendo gli interessi privati a scapito di quelli pubblici: «Attenzione che si crea un grave precedente di sostituzione di interessi privati e decisioni private ai criteri di informazione e scelta basati sull’interesse collettivo». Sala incassò quel messaggio e non fece nulla. Oggi quella chat è agli atti del Tribunale.

Il «beneficiario effettivo» invisibile.

Ma c’è un altro capitolo che non può essere ignorato, e che solleva interrogativi ancora più profondi sulla governance del calcio italiano. Quando, il 5 novembre 2025, è stato firmato il rogito che prevedeva la vendita della struttura e delle aree limitrofe da parte del Comune di Milano alle squadre di calcio milanesi, al prezzo di 197 milioni di euro, chi stava comprando davvero?

In un’operazione condotta quasi sottotraccia, il grande fondo canadese Brookfield Asset
Management — che aveva avviato la scalata a Oaktree nel 2019 acquisendone il 62%, e che nel tempo aveva portato la propria quota al 74% — nell’ottobre 2025 aveva acquisito il restante 26% per 3 miliardi di dollari, assumendo così il pieno controllo di Oaktree e, indirettamente, del 100% della società Inter FC. Oaktree non era più il proprietario né il titolare effettivo dell’operazione immobiliare.

La catena societaria era ulteriormente cambiata quindi: dal giugno del 2016, cioè da quando Zhang aveva rilevato l’Inter, il controllo del club era in mano a un’articolata serie di scatole cinesi costituite da aziende e fondi che avevano sede in paradisi fiscali: composizione societaria rimasta invariata anche dopo l’ingresso del fondo Oaktree.

Tuttavia, alcune riviste specializzate come Il Sole24Ore avevano evidenziato, il 5 novembre 2025 e cioè dopo la stipula dell’atto pubblico di vendita, che titolare effettivo dell’acquisto di una porzione importante del territorio del Comune di Milano era non Oaktree, come si può leggere nella delibera del consiglio comunale, bensì il fondo canadese Brookfield che, già detentore del 74% delle quote, ne aveva poi acquisito il 100%.

Tutto ciò in spregio alla volontà del consiglio comunale, che aveva parecchio insistito, durante il dibattito, perché fossero individuati con assoluta certezza i titolari effettivi dell’operazione. Sulla questione e su altre connesse alla vendita, come il rispetto dei principi di trasparenza e par condicio, è pendente davanti al Tar Lombardia un atto d’intervento proposto dalla Fondazione Jdentità Bianconera, a sostegno delle ragioni del comitato di residenti.

Questo schema ricorda una vicenda già vissuta: quando l’Inter si iscrisse al campionato senza poter indicare i reali titolari del fondo proprietario — per ragioni di privacy, ci dissero — fu la FIGC a farsi garante. Come allora, anche oggi la federazione sembrerebbe preferire la nebbia alla trasparenza.
Eppure il ministro Abodi aveva detto chiaramente, in una puntata di Report, che sulla trasparenza delle proprietà esiste una norma interna alla Federazione di cui, probabilmente, non c’era stata un’applicazione sufficiente.

La ‘ndrangheta, la Curva, la società che «non sapeva».

Questa storia, inoltre, non si può raccontare senza tornare all’inchiesta «Doppia Curva» e a quello che ha rivelato sul rapporto tra Inter e criminalità organizzata. L’inchiesta Doppia Curva, tra le più importanti condotte nel mondo occidentale, mostra come la dirigenza delle curve delle squadre milanesi sia stata infiltrata dalla criminalità organizzata.

Antonio Bellocco, uno dei vertici della ‘ndrangheta calabro-milanese, fu ucciso a coltellate da uno dei capi degli ultras interisti: Andrea Beretta.

Prima di quel 4 settembre 2023, però, i vertici della curva nerazzurra avevano costruito un sistema di controllo capillare attorno allo stadio: parcheggi, bagarinaggio, merchandising e biglietti.

Proprio per la gestione degli affari intorno alla gestione dello Stadio Meazza, si scatenarono i
contrasti che portarono all’omicidio Bellocco (e prima ancora a quello Boiocchi).

Lo stesso Beretta, agli atti dell’inchiesta, aveva dichiarato: «Io mi sono portato a casa 150mila euro. Tutta la società dell’Inter sapeva che c’ero io a muovere i fili perché ero il responsabile dichiarato della Curva Nord».

La risposta della società a tutto ciò? Si è dichiarata parte lesa.

Una mossa legalmente corretta, certamente. Ma Roberto Saviano ha detto poi quello che in molti abbiamo pensato: «l’Inter meriterebbe la retrocessione in B per come ha gestito i rapporti con la ‘ndrangheta e i suoi tifosi».
Ancora più severo il giudizio sull’operazione giudiziaria: la sentenza si è chiusa con una visione assolutamente superficiale, dichiarando le squadre milanesi parte lesa sulla gestione dei parcheggi, delle curve e del merchandising.

Marotta, interpellato su queste dichiarazioni, aveva minacciato querele. E aveva parlato di «gogna mediatica». Saviano non si era fermato: «Finché quest’uomo avrà un ruolo nel calcio italiano, tutti avranno la sensazione che i campionati siano falsati». Parole dure, certo. Ma nel contesto di ciò che emerge, anche oggi, dai fascicoli della Procura di Milano, difficile dargli torto.

Il fallimento annunciato (ma non detto).

C’è un elefante nella stanza che la stampa mainstream continua a non voler nominare. L’Inter è tecnicamente e sostanzialmente una società in crisi strutturale da anni. Nel 2020 aveva 800 milioni di debiti e 370 milioni di ricavi: impossibile risanarla con le sue sole forze. Nel 2024, con 100 milioni di capitale negativo, era una società che doveva essere liquidata, secondo l’analisi dell’esperto Giangaetano Bellavia per Report.

Per anni, infatti, sui bilanci dell’Inter sono state riportate partite in attivo per centinaia di milioni di euro per sponsorizzazioni, molte delle quali di società vicine al gruppo Suning.

Secondo la trasmissione Report, un analista finanziario londinese aveva scoperto, già nel 2020, alcune anomalie: i ricavi dichiarati erano gonfiati di circa 100 milioni grazie a sponsor che erano in realtà società amiche di Suning e che si «prestavano» a mandare denaro al club. Una pratica definita con una parola sola da Report: ricavi farlocchi.

Suning è infine uscito di scena, lasciando un buco: il bond da 400 milioni emesso nel febbraio 2022, a un tasso del 6,75% di interessi con scadenza a febbraio 2027, che gravava per quasi 30 milioni annui sui conti del club.

Un peso insostenibile, che ha portato nel giugno 2025 a un rimborso anticipato, subordinato a una nuova manovra di finanziamento, a tassi più vantaggiosi. Debito su debito, dunque. Il copione è sempre lo stesso.

In questo scenario, la costruzione del nuovo stadio di San Siro — stimata in 1,2 miliardi di euro e finanziata con nuovi prestiti bancari — avrebbe dovuto rappresentare la via di uscita. Aumentare il valore del club per renderlo cedibile. Ma se l’inchiesta per turbativa d’asta e altro dovesse avanzare e se le perquisizioni del 31 marzo dovessero portare a qualche conseguenza, quel castello di carte potrebbe sgretolarsi prima ancora di essere costruito? Tanto più che nell’atto pubblico di vendita è riportata una clausola per cui, nel caso del prolungarsi dei procedimenti civili, amministrativi o penali, cosa che al momento appare piuttosto probabile, il c.d. «scudo giudiziario» consentirebbe alla proprietà delle squadre di restituire lo Stadio e di riavere indietro il denaro già versato.

La seconda carica dello Stato e i bilanci «emotivi»

E poi c’è lui. Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica, seconda carica dello Stato, tifoso nerazzurro. Intervistato da Report, aveva offerto al paese una delle dichiarazioni più memorabili e inquietanti della storia recente del calcio italiano: «Questa non è una normale società in cui il dare e l’avere si devono bilanciare, qui ci sono in ballo le emozioni. E quando ci sono in ballo le emozioni vanno gestite con una attenzione, una sensibilità diversa da qualsiasi altra attività imprenditoriale».

La risposta del commercialista Bellavia, in studio, era arrivata con una risata: «I bilanci non si fanno con le emozioni».

Quella risata, in verità, è piuttosto amara. Perché mentre per l’Inter i bilanci si misurano con i sentimenti, la Juventus è stata privata di quindici punti in campionato, decapitata nella sua dirigenza e trascinata davanti alla procura federale e ordinaria. Per l’Inter, invece, «ci sono in ballo le emozioni». Non è una questione calcistica. È una questione di parità di trattamento di situazioni analoghe. Al contrario, è proprio questa la ragione per cui, il 31 marzo, le Fiamme Gialle sono
entrate a Palazzo Marino e nella sede della M-I Stadio.

Conclusioni

A questo punto viene spontaneo chiedersi: e se tutto ciò fosse accaduto alla Juventus — la
‘ndrangheta in curva, i bilanci gonfiati da sponsorizzazioni «fantasma», i proprietari sconosciuti (all’epoca) e al riparo in paradisi fiscali, gli assessori comunali indagati per aver costruito un bando asseritamente ad hoc — quanti titoli avrebbero campeggiato in prima pagina? Quante procure federali sarebbero già entrate in azione? Quanti punti di penalizzazione sarebbero già stati inflitti?

La risposta, in realtà, la conosciamo già. Basta guardare gli ultimi dieci anni di calcio italiano.

Le indagini sono in corso.

Tutti gli indagati sono da considerarsi innocenti fino alla sentenza definitiva, è scritto nella nostra Costituzione ed è un principio fermo in un paese democratico.

Nessuno anticipa sentenze, ci mancherebbe altro. Poniamo solo domande su fatti riportati da fonti ANSA, Il Giorno, Sky TG24, Il Fatto Quotidiano e dalla trasmissione Report (Rai Tre).

«Volete essere liberi? Allora siate giusti»

V. Hugo