Inchieste

Il carrozzone della riforma: chi guida davvero?

Riforma o rappresentazione? Dentro il team che dovrebbe cambiare la giustizia sportiva

Un’indagine sulla commissione istituita per riformare la giustizia sportiva: tra buone intenzioni, conflitti di interesse e vecchie conoscenze.


Il buon intento di Berruto e i suoi limiti

Tutto è iniziato con un gesto politico: la richiesta di un’indagine conoscitiva parlamentare sulla giustizia sportiva. Un’iniziativa che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto aprire una riflessione seria su un sistema che da anni mostra crepe, contraddizioni e zone d’ombra. Mauro Berruto, deputato ed ex CT della nazionale di pallavolo, ha acceso il motore. Ma il volante, come spesso accade, è rimasto nelle mani di altri.

La commissione che oggi si occupa della riforma non è parlamentare, ma istituita dal CONI e dal Governo. E a presiederla, secondo quanto emerso pubblicamente, c’è un presidente federale. Un dettaglio che non è affatto secondario: chi dovrebbe essere oggetto di revisione è anche colui che guida il processo di revisione. Il controllato che diventa controllore. Il giudice che scrive le regole del processo. È il paradosso perfetto: una riforma che nasce già ingabbiata nella logica che dovrebbe superare.


Il tweet che ha acceso il motore

Un tweet, una commissione, e un silenzio che pesa. Così è iniziata la riforma della giustizia sportiva italiana: non con un proclama, ma con un messaggio quasi difensivo. L’onorevole Mauro Berruto, ex CT della nazionale di pallavolo e oggi deputato, ha chiesto un’indagine conoscitiva parlamentare. Un gesto che sembrava aprire uno spiraglio verso la trasparenza.

Ma il tweet dice molto più di quanto sembri:

“Io ho chiesto un’indagine conoscitiva parlamentare, quella è una commissione istituita da Coni e Governo. E guardi c’è di peggio: è presieduta da un presidente federale.”

Tradotto: il carrozzone si è avviato, ma il volante lo tiene qualcun altro. E se chi guida è anche chi dovrebbe essere giudicato, allora il rischio è quello di una riforma che nasce già compromessa.


Da chi è composto il team

La composizione della commissione è il primo elemento che merita attenzione. Non tanto per i nomi in sé, quanto per i ruoli che questi hanno ricoperto in passato e per i legami diretti o indiretti con casi giudiziari sportivi, in particolare quelli che hanno coinvolto la Juventus.

• Riccardo Andriani – Avvocato cassazionista, esperto in diritto penale e sportivo. Ha avuto un ruolo nei procedimenti contro Luciano Moggi durante Calciopoli.

• Piero Sandulli – Professore universitario e figura storica della giustizia sportiva italiana. Fu presidente della Corte d’Appello federale nel 2006, firmando la sentenza di Calciopoli. Ha anche giudicato il caso Juventus-Napoli nel 2020 e commentato pubblicamente la penalizzazione di 15 punti nel caso plusvalenze.

• Guido Valori – Ex presidente della Commissione Tesseramenti FIGC, noto per la sentenza che annullò il tesseramento di Vanstrattan in favore della Juventus.

• Massimo Zaccheo – Membro della Corte Federale d’Appello che ha giudicato il ricorso Juventus nel 2023, contribuendo alla riduzione della penalizzazione.

• Pierluigi Matera – Professore di Diritto Comparato, autore del Codice di Giustizia Sportiva. Ha criticato duramente la sentenza CFA sul -15 punti, definendola “funambolismo giuridico”.

• Alberto Gambino – Professore ordinario e direttore della Rivista di diritto sportivo del CONI. Figura di riferimento nella dottrina giuridico-sportiva, senza coinvolgimenti diretti noti nei casi Juventus.

Molti di questi nomi sono legati a decisioni, sentenze o ruoli che hanno avuto un impatto diretto sulla storia recente della giustizia sportiva italiana. Alcuni hanno già giudicato, altri hanno scritto le regole. E ora sono chiamati a riscriverle.


Le regole scritte da chi le applica

Secondo l’art. 4, comma 1, del Codice di Giustizia Sportiva, i soggetti di cui all’art. 2 – e quindi anche coloro che svolgono attività decisionale – sono tenuti all’osservanza delle disposizioni del Codice e devono garantire indipendenza e imparzialità. Ma se il presidente della commissione è anche presidente federale, dove finisce l’indipendenza?

Il rischio è evidente: si cambia tutto per non cambiare nulla. La riforma diventa un esercizio di autoconservazione, dove il sistema si riorganizza per sopravvivere, non per evolversi. E chi dovrebbe essere oggetto di revisione finisce per guidare la revisione stessa.


Le criticità strutturali

La presenza di figure che hanno già avuto ruoli giudicanti in procedimenti sportivi solleva una questione di fondo: può davvero esserci imparzialità in una commissione dove il controllato è anche controllore? Il rischio è quello di una riforma che si limita a ritoccare la superficie, lasciando intatti i meccanismi profondi.

Il Codice di Giustizia Sportiva prevede principi di indipendenza e incompatibilità, ma nella pratica questi sembrano piegarsi alla logica dell’autoconservazione. Si cambia tutto per non cambiare nulla. E il sistema, anziché riformarsi, trova un nuovo equilibrio solo per restare a galla.


Il contesto europeo

A rendere il quadro ancora più interessante è il contesto internazionale. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea sta valutando la compatibilità del Decreto Legislativo 208/2003 con le normative comunitarie. Se venisse spazzato via, il sistema sportivo italiano rischierebbe di trovarsi scoperto, senza una cornice giuridica solida.

In questo scenario, la commissione potrebbe essere vista come una mossa preventiva. Un modo per dire: “Stavamo già lavorando alla riforma.” Un’operazione di facciata, utile a evitare figuracce, più che a produrre cambiamento reale.


Attendere, ma con occhio vigile

La riforma è partita, almeno sulla carta. Ma la composizione della commissione, le dichiarazioni pubbliche e il contesto europeo ci impongono di restare vigili. Perché se chi guida il processo è anche chi dovrebbe essere giudicato, se le regole vengono scritte da chi le ha già applicate, e se tutto nasce per evitare una sanzione esterna, allora il rischio è che il cambiamento sia solo apparente.

Aspettiamo, sì. Ma non in silenzio.