Italia, nonostante la vttoria, è una sconfitta.
La frattura tra i tifosi e la maglia azzurra non nasce dal campo, ma da un modello culturale che ha smarrito rispetto, misura e identità.
La scena di Di Marco ed Esposito che esultano per la qualificazione della Bosnia è solo l’ultimo sintomo di un problema più profondo.
Un Paese che non tifa più per la sua Nazionale.
La vittoria sull’Irlanda del Nord avrebbe dovuto restituire un barlume di fiducia ormai tradita.
L’Italia, che prova a rialzarsi dopo dodici anni senza un Mondiale, due eliminazioni consecutive, un danno sistemico che ha travolto tutto il movimento.
E invece no.
Il campo sentenzia, è 2-0.
Ma la realtà dice tutt’altro.
Una parte enorme del tifo italiano non si riconosce più nella Nazionale, non la sente sua, non la percepisce come rappresentativa.
Sono sempre più numerosi i casi in cui si arriva perfino a sperare che perda.
Non è un tradimento, è l’innamorato storico che si sente tradito.
Da Gigi Riva a Zoff e Scirea, da Maldini a Del Piero: IL CODICE È SMARRITO.
Per decenni la Nazionale è stata un bene comune, un luogo simbolico dove il tifoso metteva da parte la rivalità tra i club e si riconosceva in un codice condiviso: la sobrietà, il rispetto, la misura e la dignità.
Oggi quel codice non esiste più, è smarrito.
Non è solo questione di qualità tecnica, quella, semplicemente, non è più quella di un tempo.
È questione di identità. Di comportamento. E di rappresentanza.Il “caso Bastoni” ha segnato uno spartiacque, per l’episodio in sé e per ciò che ha rappresentato sulla percezione del pubblico.
Da quel momento, per molti tifosi, la Nazionale ha smesso di essere un simbolo e ha iniziato a rappresentare un’estensione di un sistema che non condividono, che disprezzano, a cui non ambiscono.
Il custode distratto.
Quando Gabriele Gravina parla di “riavvicinamento del tifoso alla Nazionale”, non descrive la realtà ma esprime il bisogno di difendere il proprio operato.
Il movimento è in crisi profonda, e il pubblico lo sa.
Il presidente, invece, continua a raccontare un’Italia che non esiste mentre nel frattempo, il calcio italiano
ha adottato un modello comunicativo e culturale che ha trovato nell’Inter il suo manifesto.
I toni aggressivi, smisurati, una narrazione distorta, un’incapacità di assumersi le proprie responsabilità e dei protagonisti mediatici di matrice nerazzurra che hanno trasformato il dibattito sportivo in un’arena permanente.
L’ennesimo tradimento.
Di Marco, Esposito e l’esultanza “sbagliata”.
È la notte di Bergamo, l’Italia ha appena battuto l’Irlanda del Nord, neanche in campo il tifoso ha potuto apprezzare il talento che ha sempre contraddistinto la nazionale italiana.
Si attende la vincente tra Bosnia e Galles.
La Bosnia vince ai rigori, dopo una partita epica.
Ed è lì che si consuma l’ennesimo dispiacere dei tifosi.
Italiani e Bosniaci.
Le telecamere della Rai inquadrano Federico Di Marco e Pio Esposito, mentre guardano i rigori.
Al gol decisivo della Bosnia, i due esultano apertamente.
Non per sportività.
Non per rispetto verso un avversario che ha compiuto un’impresa.
Esultano perché ritengono la Bosnia più debole, più comoda, più “affrontabile”.
La scena è trasmessa in diretta.
In diretta dal campo ci sono Antinelli e l’ex allenatore dell’Inter, Stramaccioni.
Mentre dallo studio conferiscono Rimedio e Adani, ex calciatore dell’Inter.
Si sente chiaramente Rimedio dire: “Non diciamolo, non diciamolo.” Adani interviene: “Ragazzi, avevate detto di non farli vedere… bisogna esultare martedì.”
Il sottotesto è evidente, tutti sanno che quella reazione è inopportuna.
In Bosnia, la scena viene percepita come un atto di arroganza, naturalmente offensiva.
In Italia, come l’ennesima conferma di un modello culturale che non appartiene alla storia della maglia azzurra.
Gary Neville e la cultura del rispetto.
La memoria corre a Gary Neville.
Stessa situazione ma in presenza del Codice.
Lo storico difensore del Manchester United attende l’esito dell’altra eliminatoria di
Champions che decreterà la sfidante.
Passa la Juventus.
Neville non esulta, non sorride, non fa gesti di sollievo.
Fa una smorfia. Una smorfia che dice: “Sarà durissima.”
È rispetto. È cultura sportiva.
È riconoscimento del valore dell’avversario.
È ciò che abbiamo dimenticato.
È il codice.
Il tifoso che tifa contro è tradito.
Chi oggi spera che l’Italia perda non lo fa per odio verso la propria Nazione, non rinnega le proprie origini.
Le riconosce, le richiama, le difende.
Lo fa perché non riconosce più la Nazionale come qualcosa che lo rappresenta.
Non tifa contro l’Italia, tifa contro questo modello di Italia.
È un segnale.
Un segnale che dice che il Paese calcistico non è anestetizzato ma che c’è chi ancora antepone il rispetto al risultato.
La dignità sopra il calcolo.
Lo sport sopra la narrazione.
Quest’anno non è l’Italia.
Né in campo, né fuori.
La Bosnia sarà l’avversaria.
Ma il vero avversario dell’Italia è un altro, e rappresenta più di una Coppa del Mondo.
L’avversario è perdita della propria identità.
Quest’anno non è l’Italia, non lo è in campo, dopo dodici anni senza Mondiale, non lo è
fuori, dopo aver accettato un modello culturale che nulla ha a che fare con i modelli che hanno rappresentato IL CODICE SMARRITO.
Gigi Riva, Gaetano Scirea, Antonio Cabrini, Dino Zoff, Paolo Maldini, Alessandro Del Piero.
La verità è semplice, triste, malinconica.
Abbiamo perso.
E finché non rimetteremo al centro ciò che conta davvero, IL CODICE SMARRITO, segnare più goals di un avversario non potrà mai essere considerato una vittoria.