“Nessuno sa fare la vittima meglio della persona che ha causato tutti i danni”.
Come è possibile che un club sfiorato da numerosi scandali si trasformi nell’emblema della purezza calcistica, mentre altri restino marchiati a fuoco per sempre? La risposta non è solo sportiva: è un meccanismo psicologico e sociologico che tocca valori profondi, creando distanze valoriali abissali.
La pseudologia fantastica: costruire una realtà parallela.
È la pseudologia fantastica, la menzogna patologica che costruisce una realtà parallela. Il bugiardo patologico non mente occasionalmente: mente con tale convinzione da convincere se stesso e il mondo. L’Inter (o la sua narrazione dominante) ha fatto proprio questo: dopo Calciopoli, si è dipinta come vittima del “sistema corrotto”, beneficiaria “innocente” di una giustizia tardiva. I media, i tifosi, le istituzioni hanno aderito: se tutti definiscono l’Inter come “onesta nel sistema disonesto”, allora – per il teorema di Thomas (“Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse saranno reali nelle loro conseguenze”) – quella definizione genera realtà. Scudetti assegnati, eroi celebrati, colpevoli dimenticati.
La profezia che si autoavvera: dal mito al trionfo.
A questo si aggiunge la teoria delle aspettative (self-fulfilling prophecy): se un individuo, un club in questo caso, si convince (e convince gli altri) di essere “destinato al successo pulito”, quel successo arriva – o almeno, la percezione lo rende tale. Le vittorie successive rafforzano il mito: “Vedete? Eravamo i migliori, solo ostacolati”. Il ciclo si chiude: il trionfo “prova” l’innocenza retroattiva.
L’invidia mimetica: Girard spiega il Derby d’Italia.
Ma al cuore c’è altro, l’invidia mimetica di René Girard. Il desiderio non è autonomo: lo copiamo dal modello, dall’Altro che ammiriamo e invidiamo. La Juventus, con i suoi 38 scudetti, la fanbase storica più ampia di tutti in Italia, tra le più grandi al mondo, nonostante tutta la narrazione, lo status di élite mondiale, è il modello per eccellenza, l’antagonista designata, L’Inter la invidia da decenni: non solo per i titoli, ma per quell’aura di superiorità “naturale”. Girard spiega che l’imitazione genera rivalità violenta: desidero ciò che ha l’altro, quindi lo ostacolo, lo supero, lo demonizzo. Calciopoli diventa strumento perfetto: distruggere il rivale per prenderne il posto. Una volta ottenuto lo scudetto “regalato”, seppur cartonato, l’invidia non svanisce – si trasforma in bisogno di superiorità morale.
Da qui la narrazione dell’”innocente perseguitato” che vince pulito. Prendete il Derby d’Italia del febbraio 2026: Inter vince 3-2 contro una Juventus in 10 uomini dopo l’espulsione controversa di Pierre Kalulu (secondo giallo per un contatto su Bastoni giudicato da tutti simulato, inesistente; polemiche enormi, con tanto di ammissione di errore da parte del designatore arbitrale). Per alcuni, è l’ennesima prova di un sistema che premia la narrazione vincente; per altri, è l’ennesima ferita su valori calpestati.
Il meccanismo universale: dal calcio alla politica e al greenwashing.
Questo meccanismo non è solo calcistico. È universale, e per questo tocca corde profonde. Politici corrotti che fondano partiti anticorruzione, ladri seriali che diventano paladini della sicurezza, aziende inquinanti che sponsorizzano il green, con tanto di comunicazione istituzionale che va ad esaltarne la Responsabilità Sociale d’Impresa. Il colpevole, grazie a risorse (media, potere, istituzioni tutt’altro che super partes), ribalta la percezione: da accusato ad accusatore, da macchiato a puro. La società, per dissonanza cognitiva, accetta: è più comodo credere al mito che affrontare l’ipocrisia.
Il ritratto di Dorian Gray del calcio italiano.
È certamente più comodo identificare un nemico comune da utilizzare trasversalmente come una sorta di ritratto di Dorian Gray, ricettacolo di malcontenti e frustrazioni da smaltire come particelle tossiche. Per chi ha certi valori – rispetto del merito sportivo, rifiuto dell’ipocrisia, onestà intellettuale – certi atteggiamenti (accusare gli altri di “fare i furbi” mentre si minimizzano le proprie ombre) risultano incompatibili, repellenti. Non è più questione di gol o trofei: è una ferita su ciò che consideriamo giusto o sbagliato, pulito o sporco. Una distanza valoriale che pone ad anni luce, non per snobismo, ma per integrità.
La deresponsabilizzazione del tifoso: alibi eterni.
L’Inter non è unica, ma è paradigmatica perché il calcio amplifica tutto: emozioni tribali, miliardi in gioco, identità collettive. I tifosi interisti non vedono le ombre perché il desiderio mimetico li ha portati a identificarsi con la “vittima vincitrice”. Tanto da attivare un meccanismo di deresponsabilizzazione per cui ogni evento che mina la figura degli eroi invincibili trova una spiegazione in altro da sé. Un esempio su tutti: se l’Inter perde in Norvegia con il Bodø/Glimt è solo colpa del manto sintetico e delle temperature artiche. Parte dei media fonda e cavalca il racconto, corretto come si corregge un caffè, fino a gettarsi in battage pubblicitari mai visti primi se, come nel caso Bastoni, il sentimento popolare osa mettere in dubbio la purezza e la sportività di un calciatore, che appare perfettamente specchio fedele della squadra che ne detiene il cartellino. Da perfetta narcisista vittimista, l’Inter non è in grado, non deve, non può, riconoscere le proprie responsabilità, che sono sempre molto attenuate, e, se si cerca di far notare comportamenti oltremodo scorretti, si sente aggredita, ed attacca ergendosi ancora ad organismo moralizzatore, direttamente lanciando strali dalla sede della Lega Calcio, in teoria la casa di tutti e non di uno solo.
Lo smoking bianco: il battesimo del mito.
Il fenomeno di “whitewashing reputation”, ossia lo sbiancamento reputazionale, che candeggia e sbianca, ripulendo la coscienza, è stato sublimato in un vero e proprio mito della fondazione, di fronte ad uno stadio gremito con un plateale smoking bianco indossato come un vestito battesimale da un perfetto uomo-valore nerazzurro che mostra uno scudetto Totem, di cartone, definito non a caso “il più bello di sempre”. E tutto questo bianco accecante ha finito per rilasciare il passaporto della immacolata innocenza, ricacciando in un cuneo molto profondo della coscienza comportamenti scorretti e scandali.
CONCLUSIONI: L’immunità tritemporale e il ghiaccio rotto.
Il tutto attualizzando l’ipotesi filosofica della tridimensionalità temporale: immunità acquisita per il passato, il presente, ed il futuro.
Alla fine, il vero miracolo non è l’innocenza ritrovata: è aver fatto credere al mondo che il ladro sia stata la vittima, il simulatore l’eroe, il favorito l’oppresso. Calciopoli lavato col bianco accecante dello smoking postumo, un Derby rubato con un tuffo da Oscar di Bastoni, una disfatta norvegese scaricata sul ghiaccio artico e sul sintetico grinzoso. Ma quel ghiaccio, ormai, si è rotto: si crepa sotto i colpi della realtà. Il ciclo è chiuso: la narrazione ha vinto per anni, ma ora il ghiaccio è rotto, e l’acqua gelida bagna tutti – tifosi, media, eroi invincibili. Mentre rimane chi, per dissonanza cognitiva, continuerà a fingere di non vedere il bagnato.