Inchieste

Rigore sì, rigore no: il derby che svela la farsa dei “tifosi in cravatta”.

Ieri sera, Milan-Inter 1-0. Estupiñán decide, Doveri chiude.

Ma il vero gol? Quello mancato all’Inter all’ultimo respiro: braccio di Ricci, avambraccio bello largo, palla che sbatte. Rigore? Per l’Inter sì, per il Milan no.

E per i giornalisti? Dipende. Da chi tifi.

I tifosi in cravatta.

Da una parte Luca Marelli – l’ex arbitro che su DAZN (quando c’è) fa il professore – ha stoppato le proteste: “Il movimento non allarga, va a chiudere. Non punibile”. Parole da manuale, da chi il regolamento lo conosce a memoria. Ma attenzione: Marelli non era nemmeno in studio ieri, “indisposto”. Strano, eh? Proprio sul derby più caldo e attenzionato.

Dall’altra parte, i soliti noti: Fabrizio Biasin su Mediaset, Lele Adani in Rai – entrambi con la sciarpa nerazzurra sotto la giacca – che urlano al “rigore evidente!”. Biasin, tifoso interista dichiarato, si è lanciato in un accorato comizio: “Braccio innaturale, ostacolo creato”. Adani idem, come se il VAR fosse un complotto rossonero.

E qui casca l’asino. Perché l’anno scorso, Napoli-Inter, stesso identico episodio: Bisseck braccio largo, palla che sbatte. Risultato? “Non rigore, il braccio era in linea col corpo, se non ci fosse stato avrebbe preso il torace”. Parole testuali, stesse regole. Ma ieri? Ovviamente cambia tutto. Perché ora l’Inter perde, e il coro diventa “scandalo”.

È la solita commedia: i giornalisti sportivi non commentano, fanno campagna. Creano hype, pressione, sudditanza psicologica sugli arbitri. Negli ultimi 5 anni gli interisti viaggiano spediti sullo stesso doppio binario, da una parte sono le povere vittime, i depositari dei più fantasiosi errori arbitrali, visti da loro, ma disconosciuti dal resto del mondo, dall’altra parte sono immuni a qualsiasi rilievo, anche di fronte a episodi clamorosamente a favore: ogni critica diventa subito “invidie e malizie” da stigmatizzare e respingere al mittente.

E puntualmente, a fine partita, si forma la classica capannella di giocatori e dirigenti intorno all’arbitro – un po’ protesta, un po’ reunion amichevole – tanto che passa quasi inosservato quando uno di loro, in questo caso il secondo portiere nerazzurro, viene beccato a urlare in faccia a Doveri. Roba da moviola, ma non quella di Marelli.

Il punto? Non è il rigore. È il teatrino. Ogni trasmissione diventa un ring: chi grida più forte vince audience, non verità. Intanto il calcio muore, soffocato da tifosi in giacca e cravatta che usano il microfono come clava. E l’arbitro? Lasciato solo, con la paura di sbagliare “dalla parte sbagliata”.

Morale: se il rigore è opinabile, la sudditanza non lo è. E ieri l’abbiamo vista tutta.