Doveva essere l’anno della riconferma, della consacrazione. Invece, la stagione 2024/25 dell’Inter si è conclusa con il nulla cosmico: zero trofei, una figuraccia storica in Europa, e soprattutto un bilancio economico che grida al fallimento. Più che un club vincente, l’Inter oggi appare come un castello di carta tenuto in piedi da operazioni opache e da un sistema che sembra proteggere chi bara, invece di premiare chi costruisce sul merito.
Una rosa più da museo che da Champions
L’Inter ha affrontato la stagione con la rosa dall’età media più alta tra le big europee. Non è un dato banale: è il sintomo di un progetto sportivo vetusto, incapace di rinnovarsi. In campo, ancora i soliti: Sommer (36), Acerbi (36), Mkhitaryan (35), Darmian (34), De Vrij (32), Arnautović (35). È mancato il coraggio di puntare davvero sui giovani: chi poteva portare freschezza (come Frattesi o Bisseck) è rimasto in panchina per mesi, sacrificato sull’altare della “continuità”.
Il risultato? Una squadra lenta, prevedibile, in affanno nei momenti cruciali. In Serie A, ha ceduto il passo al Napoli. In Coppa Italia, è uscita in semifinale contro il Milan. In Champions League, la débâcle finale è diventata virale: 5-0 dal PSG in una delle finali più squilibrate della storia recente. L’esperienza, quando diventa staticità, è solo un altro nome per la decadenza.
Un buco nero nei conti: la realtà che si voleva nascondere
Dietro l’apparenza di stabilità, il bilancio dell’Inter è una bomba pronta a esplodere. L’ultimo esercizio ha registrato perdite per 35,7 milioni, ma la cifra che fa tremare è quella del debito totale: oltre 734 milioni di euro. Peggio ancora, il patrimonio netto è in negativo per quasi 100 milioni. Numeri da allarme rosso, che qualunque altra azienda – o club – pagherebbe con l’esclusione da ogni competizione.
Eppure l’Inter è andata avanti come nulla fosse. Nessun blocco, nessuna penalizzazione, nemmeno un’indagine federale approfondita. Anzi: ha continuato a muoversi sul mercato, pur senza liquidità reale, basandosi su prestiti ad alto rischio come quello del fondo Oaktree (275 milioni al 12% di interesse) e su scambi di cartellini a valori sospetti.
Un sistema connivente: silenzi che fanno rumore
Il silenzio della FIGC e della Lega Serie A è diventato assordante. Mentre altri club (come la Juventus) sono stati duramente colpiti per le plusvalenze o per violazioni contabili, l’Inter ha continuato indisturbata. La narrazione mediatica – troppo spesso compiacente – ha preferito parlare di “squadra modello”, evitando qualsiasi inchiesta approfondita.
A ben vedere, è difficile non pensare a una protezione sistemica. Una zona franca per un club che fa comodo tenere al vertice per motivi politici, commerciali e televisivi. La domanda non è più “come ha fatto l’Inter a restare in piedi?”, ma “perché nessuno ha avuto il coraggio di fermarla prima?”.
La presidenza Zhang e la farsa della continuità
Steven Zhang, latitante ormai da mesi, ha abbandonato l’Italia mentre la situazione finanziaria precipitava. L’escamotage del prestito Oaktree si è rivelato una trappola: scaduto il termine di rimborso, il fondo statunitense ha rilevato la proprietà del club. E ora? Non si sa. Il futuro è nelle mani di investitori stranieri che conoscono poco del calcio italiano e ancora meno del valore simbolico del club.
Il presidente che prometteva “un’Inter tra le più grandi d’Europa” lascia un club indebitato, con una rosa da rifare e una credibilità a pezzi. Il tutto senza aver mai affrontato realmente la stampa o i tifosi nel momento del crollo.
Conclusione: il re è nudo
L’Inter 2024/25 rappresenta in modo plastico il fallimento non solo di un progetto sportivo, ma di un intero modello di gestione calcistica. Un modello basato su illusioni finanziarie, tolleranza istituzionale e protezione mediatica. Ma come ogni castello di carte, anche questo è crollato. E adesso non resta che il conto da pagare.
Il calcio italiano può davvero permettersi di continuare così? O è giunto il momento di guardarsi allo specchio e riformare un sistema che ha perso ogni credibilità?