01 Luglio 2017. Su La Stampa esplode l’inchiesta Alto Piemonte: “I clan hanno infiltrato la tifoseria bianconera”. Nomi e cognomi chiari: Saverio e Rocco Dominello, condannati per associazione mafiosa, ritenuti referenti della ‘ndrangheta in Piemonte. La curva della Juventus si scopre permeabile alla criminalità organizzata, e tra le righe delle carte giudiziarie non ci sono solo gli ultrà: ci sono dirigenti, silenzi e connivenze.
Eppure oggi, con l’inchiesta “Doppie Curve” che scotta anche Milano, rivediamo gli stessi nomi, le stesse dinamiche. E c’è un dettaglio che nessuno dovrebbe ignorare: Giuseppe Marotta, oggi all’Inter, nel 2017 era alla Juventus. Non un impiegato qualsiasi: era l’amministratore delegato, al vertice operativo della società.
Davvero possiamo credere che non sapesse chi fossero i Dominello? Davvero oggi, a distanza di anni, si può fare finta di niente mentre attorno all’Inter si muovono figure già finite nelle intercettazioni e nelle sentenze?
Quando si parla di mafia, curve e calcio, l’ingenuità non è più una scusa: è complicità. Se certi nomi compaiono in due inchieste distinte, a distanza di anni, e in contesti diversi, la domanda è una sola:
Come può un dirigente di quel calibro, con quel passato, non riconoscere certi volti e certi meccanismi?
Il sospetto è atroce ma necessario: Marotta non ha dimenticato. Ha solo voltato lo sguardo altrove.
Perché il problema, forse, non è che l’Inter “non sapeva”. Il problema è che sapeva benissimo. E ha fatto come molti nel calcio italiano: ha lasciato correre. Finché qualcuno – magari un giudice – non ha riacceso la luce.