Nel cuore dell’inchiesta milanese che ha scoperchiato i rapporti tra criminalità organizzata e frange ultras, emerge un episodio che mette a disagio non solo il tifo organizzato, ma la stessa società Inter. Dai verbali dell’indagine, infatti, affiora il coinvolgimento del vicepresidente nerazzurro Javier Zanetti in un evento che, secondo gli inquirenti, faceva parte delle attività imprenditoriali di Davide Scarfone, oggi finito in carcere, legato al clan Bellocco della ‘ndrangheta.
La vicenda, raccontata nelle intercettazioni da Beretta – uomo di raccordo tra curva e ambienti dirigenziali – rivela un “favore” richiesto da Antonio Bellocco (figura apicale del direttivo Curva Nord) e concesso da Beretta tramite il coinvolgimento diretto di Zanetti. L’ex capitano nerazzurro, a quanto pare, avrebbe partecipato a un evento già previsto dalla sua Fondazione Pupi, ma con la consapevolezza che quella presenza avrebbe giovato all’immagine di Scarfone, vicino a Bellocco. Un favore, insomma, veicolato per legittimare e rafforzare certi rapporti.
Il cuore del problema è questo:
la magistratura evidenzia “un significativo elemento di prova circa il rapporto intercorrente tra gli esponenti di spicco del direttivo della Curva Nord e la società interista”. E qui nasce la domanda: può una società come l’Inter – che ha scelto di patteggiare con la Procura Figc – definirsi davvero “parte lesa”?
Cosa significa essere parte lesa in un sistema che si alimenta di ambiguità? È sufficiente dichiarare di non sapere? È credibile l’idea che un vicepresidente come Zanetti, col suo carisma e la sua rete di relazioni, non avesse contezza dell’uso politico e sociale che si stava facendo della sua presenza? E la società, che ruolo ha avuto nel tollerare – o forse alimentare – un rapporto organico con la Curva, diventata nel tempo un attore con potere reale su biglietteria, comunicazione e rappresentanza?
Il patteggiamento, per quanto legittimo sul piano formale, è una scelta difensiva, non una dichiarazione d’innocenza. Serve a limitare i danni, non a fare chiarezza. È un atto che, in cambio della rinuncia a proseguire il processo, accetta una responsabilità attenuata. Ma attenuata non vuol dire assente.
Oggi il sistema calcio italiano – e non solo – deve guardarsi allo specchio e chiedersi quanto abbia davvero voluto recidere i legami malati con il tifo organizzato. Perché se le curve sono diventate centri di potere opaco, è anche perché i club, per convenienza o per paura, hanno scelto di non vedere.
L’Inter è parte lesa? Forse. Ma certo non è innocente.