Inchieste

“Non deve restare traccia”: l’inchiesta Osimhen, il silenzio stampa e l’archiviazione che fa scuola

Se pensavate che il caso Osimhen fosse chiuso, archiviato, dimenticato… avevate ragione. Ma non perché non ci fossero prove. Al contrario: ce n’erano fin troppe. Solo che, come dicevano gli stessi protagonisti nelle intercettazioni, “non devi scrivere nulla”, “non lasciamo tracce nelle mail”, “non deve restare traccia”. E così è stato.

Il capolavoro non è l’acquisto di Osimhen a 71 milioni, ma l’archiviazione lampo dell’inchiesta sulle plusvalenze. Un’operazione chirurgica, degna di un sistema che sa quando è il momento di chiudere gli occhi, tappare le orecchie e spegnere i microfoni.


Le intercettazioni che non indignano

Immaginate per un attimo che frasi del genere fossero state pronunciate da dirigenti juventini. Apriti cielo: titoloni, speciali in prima serata, editoriali indignati, richieste di radiazione. Invece qui, silenzio. Le intercettazioni sono uscite, sì, ma con il tono di chi racconta un pettegolezzo estivo.

“Non devi scrivere nulla”, dicevano. E i giornali hanno obbedito. “Non lasciamo tracce”, e le tracce sono sparite. “Non deve restare traccia”, e infatti non è rimasta.


L’archiviazione che fa scuola

L’inchiesta è stata archiviata in tempi record. Nonostante le anomalie contabili, i valori gonfiati dei quattro giocatori spediti al Lille (Palmieri, Manzi, Liguori, Karnezis), e le intercettazioni che gridano “consapevolezza e volontà di eludere”.

Ma evidentemente non bastano. Perché quando il sistema non vuole vedere, non vede. Quando non vuole sentire, non sente. E quando non vuole indagare, archivia.


Due pesi, due misure

La Juventus ha subito un processo mediatico e sportivo degno di un tribunale rivoluzionario. Per le plusvalenze, per le mail, per i messaggi. Ogni parola è stata vivisezionata, ogni virgola interpretata come prova di colpevolezza.

Nel caso Napoli, invece, le stesse dinamiche diventano “normali prassi di mercato”. Le stesse frasi diventano “espressioni colloquiali”. Le stesse operazioni diventano “non rilevanti penalmente”.

E così, mentre a Torino si contano punti tolti, dirigenti squalificati e titoli infangati, a Napoli si brinda all’archiviazione. Senza traccia.


Rischi penali e sportivi: archiviazione non è assoluzione

Che il caso sia stato archiviato non significa che sia stato assolto. L’archiviazione è una scelta, non una sentenza. E se emergono nuovi elementi — come le intercettazioni appena pubblicate — il procedimento sportivo può essere riaperto. Lo dice il codice di giustizia sportiva, non noi.

Sul piano penale, le frasi intercettate (“non devi scrivere nulla”, “non lasciamo tracce”) potrebbero configurare ipotesi di falso in bilancio, ostacolo all’attività di vigilanza o addirittura frode. Ma servirebbe una Procura che abbia voglia di indagare, non di archiviare.

Sul piano sportivo, la FIGC potrebbe riaprire il fascicolo per violazione dell’art. 31 comma 1 e 2 del Codice di Giustizia Sportiva (alterazione dei documenti contabili e amministrativi). E se la UEFA decidesse di fare sul serio, potrebbe chiedere conto dell’iscrizione alle coppe ottenuta grazie a bilanci “senza traccia”.

Ma il rischio più grande è un altro: che tutto venga normalizzato. Che il messaggio sia chiaro — basta non lasciare traccia, e puoi fare tutto.


La memoria che non si cancella

Ma noi non dimentichiamo. Non archiviamo. Non obbediamo al “non devi scrivere nulla”. Al contrario: scriviamo tutto. Ricordiamo tutto. E lasciamo traccia.

Perché se la giustizia è cieca, la memoria no. E se il sistema vuole silenzio, noi faremo rumore.