Quando bastava sospettare la Juventus. Ora, con il Napoli, non bastano intercettazioni, testimonianze e mail.

Quando la Juventus finì nel mirino della giustizia sportiva, non servivano certezze. Bastava un sospetto, una ricostruzione, un’ipotesi. Bastava che l’atmosfera lo richiedesse. Il principio di presunzione di innocenza cedette di fronte alla necessità – o al desiderio – di dare un colpevole alla piazza.
Oggi, invece, con il caso Osimhen e i conti del Napoli, il copione sembra rovesciato. Le intercettazioni ci sono, le testimonianze pure. Ci sono mail, ammissioni, e persino giocatori che raccontano di non aver mai firmato nulla, mai viaggiato, mai vestito la maglia del club che li avrebbe acquistati. Eppure, per la giustizia sportiva, “non ci sono prove confessorie”. Il caso è chiuso. Nessuna revisione del processo, nessuna sanzione, nessun eco mediatico paragonabile a quello che travolse Torino.
Le tesi della “non notizia”
Secondo La Gazzetta dello Sport, tre sarebbero i punti chiave: l’assenza di intercettazioni “confessorie”, l’impossibilità di riaprire il procedimento sportivo e il principio – legittimo in teoria – che il valore di un calciatore è soggettivo. Tutto vero, almeno sulla carta. Ma è sufficiente leggere gli atti, ascoltare le voci dei protagonisti, e confrontare i fatti con la logica per capire che questa ricostruzione non regge.
Luigi Liguori, formalmente ceduto al Lille per milioni di euro, ha dichiarato: “Non sono mai stato in Francia, non ho fatto visite mediche, non ho firmato nulla.” È difficile immaginare una smentita più esplicita di un trasferimento. Se quel passaggio di denaro non corrisponde a una reale compravendita di un atleta, resta da capire chi ne abbia beneficiato e con quali motivazioni.
Cristiano Giuntoli, ex direttore sportivo della Juventus ma all’epoca in forza al Napoli, nelle intercettazioni parla di un’operazione subita più che voluta, di pressioni interne e di giocatori inseriti solo “per fare numero”. Giuseppe Pompilio, dirigente del club, suggerisce di evitare qualsiasi traccia scritta: “A voce quello che ti pare, ma non lasciare tracce nelle mail.”
Non si tratta di interpretazioni creative, ma di fatti registrati, documentati, verificabili. Se la “Carta Paratici” fu considerata una prova di colpevolezza per Torino, la frase di Pompilio è un vero manuale di elusione.
E ancora: il presidente del Lille scrive in una mail che i valori nominali dei giocatori servivano per “pagare un prezzo inferiore”. È la definizione tecnica di una plusvalenza fittizia. Eppure, tutto questo non è bastato.
Il silenzio della giustizia sportiva
La spiegazione più semplice è anche la più amara: il Napoli non è la Juventus. Non è la squadra simbolo da punire per “dare l’esempio”. Non c’è un clima mediatico che chieda la testa di nessuno, non ci sono editoriali indignati, non ci sono prime pagine che gridano “Sistema Napoli”.
Il caso Osimhen è stato riaperto dalla Procura di Roma, non da quella sportiva. Segno che, almeno sul piano penale, qualcuno ritiene che ci sia materia da approfondire. Ma la giustizia sportiva, quella che un tempo si era mossa con straordinaria rapidità contro la Juventus, oggi preferisce restare immobile. Il principio di equità, che dovrebbe garantire uguale trattamento a situazioni simili, viene piegato alle convenienze del momento.
Il paravento della “soggettività”
C’è poi l’argomento più abusato: il valore di un calciatore è soggettivo. In teoria è vero, perché il mercato non è una scienza esatta. Ma quando quattro giocatori mai visti in campo vengono valutati complessivamente venti milioni di euro, e uno di loro afferma di non aver mai nemmeno firmato, la soggettività diventa un alibi. Non si discute qui la libertà di mercato, ma la realtà dei fatti: un’operazione mai realmente eseguita, ma contabilizzata come se lo fosse.
Due pesi, due bilanci
A questo punto il confronto con il caso Juventus diventa inevitabile.
Nell’inchiesta Prisma, bastò un sospetto per scatenare sanzioni, penalizzazioni e una gogna mediatica senza precedenti. Nel caso Osimhen, invece, anche di fronte a intercettazioni, ammissioni e anomalie evidenti, il sistema sportivo ha scelto la via del silenzio.
Non è questione di tifoserie, ma di coerenza. La giustizia sportiva, per essere credibile, deve essere uguale per tutti. Se in un caso si punisce il sospetto e nell’altro si ignora la prova, allora il problema non è più giudiziario: è culturale.
Significa che non c’è un metro unico, ma due. Due pesi, due bilanci. E un solo perdente: la credibilità del calcio italiano.