Diciamolo chiaramente: tra i tifosi juventini John Elkann è diventato il parafulmine perfetto. Ogni sconfitta, ogni bilancio in rosso, ogni scelta sbagliata — tutto finisce sul suo conto. E così, da mesi, la piazza virtuale urla una sola parola d’ordine: “VENDI!”
Ma siamo proprio sicuri che sia una buona idea? Perché, a furia di sognare il “nuovo proprietario che salverà la Juve”, rischiamo di dimenticare una cosa semplice: le favole nel calcio, quando entrano i miliardi, finiscono quasi sempre male.
La tentazione del cavaliere bianco: quando Tether bussa alla porta
È arrivata Tether, colosso delle criptovalute con una capitalizzazione che supera i 120 miliardi di dollari, che in pochi mesi ha accumulato l’11,5% della Juventus, diventando il secondo azionista dopo Exor. E con lei è arrivato Paolo Ardoino, CEO che parla come un tifoso e twitta come uno di noi. Simpatia guadagnata, ok.
Ma dietro ai tweet e alle dichiarazioni — “Mi piacerebbe comprare la Juve, ma serve un venditore” — c’è un’azienda che muove miliardi in un settore più volatile del mercato di gennaio. E, soprattutto, c’è un piano preciso che va ben oltre la semplice partecipazione finanziaria.
In vista dell’assemblea degli azionisti del 7 novembre 2025, Tether ha presentato una propria lista di candidati per il consiglio di amministrazione, con in testa Francesco Garino, dentista torinese e uomo di fiducia di Ardoino. Non solo: la società ha avanzato richieste esplicite di modifica dello statuto per permettere ai propri rappresentanti di entrare nei collegi interni al CdA, quindi di avere maggiore peso decisionale. Ha chiesto anche di modificare le procedure per l’approvazione dell’aumento di capitale da 85 milioni di euro, manifestando disponibilità a partecipare fino a 110 milioni per evitare che i propri diritti di voto vengano ulteriormente diluiti.
La risposta di Exor è stata netta: un documento ufficiale che invita tutti gli azionisti a votare contro le proposte di Tether. Non uno scontro frontale, ma una linea invalicabile tracciata con chiarezza: la governance della Juventus resta nelle mani di chi detiene il 67,5% delle azioni e il 78% dei diritti di voto.
Tether non è Babbo Natale: anatomia di un ingresso strategico
Proviamo a guardare le cose con lucidità. Tether è un gigante globale delle stablecoin, settore che negli ultimi anni ha vissuto espansioni vertiginose ma anche turbolenze normative significative. L’Unione Europea sta stringendo le maglie con il regolamento MiCA, gli Stati Uniti mantengono un atteggiamento ambivalente e, in questo contesto, un’azienda come Tether cerca stabilità, visibilità e legittimazione attraverso investimenti nel mondo “reale”.
La Juventus rappresenta tutto questo: un brand riconoscibile ovunque, quotato in borsa, con una storia centenaria e un bacino di tifosi globale stimato in oltre 400 milioni di persone. Non è un investimento casuale. È un posizionamento strategico che permette a Tether di entrare nell’immaginario collettivo come soggetto industriale serio, capace di supportare progetti ambiziosi.
Ma qui sta il punto: Tether vuole contare. Non semplicemente partecipare, ma avere voce nelle decisioni strategiche. Vuole modificare gli equilibri di potere all’interno del consiglio, entrare nei comitati che definiscono le politiche commerciali, digitali e finanziarie del club. Non per fare beneficenza, ma perché un asset come la Juventus può diventare una piattaforma per testare modelli di pagamento innovativi, sistemi di membership basati su blockchain, strategie di monetizzazione della fanbase nei mercati emergenti.
È un approccio legittimo da parte di un investitore? Assolutamente sì. È compatibile con la struttura di una società controllata da Exor con una visione di lungo periodo? Questa è tutta un’altra domanda.
Elkann, il bersaglio facile che ha retto l’urto
John Elkann non è amato. Distante, glaciale, raramente parla di calcio e, quando lo fa, sembra leggere un comunicato stampa. Per molti tifosi rappresenta l’opposto di suo nonno Gianni Agnelli, l’Avvocato che respirava Juventus e sapeva trasformare ogni apparizione in un momento di identificazione collettiva.
Eppure, proprio in questa distanza fredda c’è stata una forma di protezione. Elkann ha tenuto in piedi un club massacrato da errori gestionali pesantissimi: l’affaire Ronaldo con i costi fuori controllo, lo scandalo plusvalenze che ha portato alle dimissioni di massa del CdA, le inchieste giudiziarie che hanno coinvolto i massimi vertici, bilanci in rosso profondo con perdite cumulate che hanno superato i 700 milioni di euro negli ultimi anni.
In tutto questo caos, Elkann non ha mai pensato di mollare. Non ha svenduto il club al primo fondo che bussava con una valigetta di soldi, non ha ceduto alla tentazione di scaricare la patata bollente su qualcun altro e scappare. Ha continuato a mettere risorse attraverso Exor, ha sostenuto tre aumenti di capitale consecutivi, ha accettato il rischio reputazionale di restare al timone durante la tempesta giudiziaria.
Non sarà un visionario del calcio, ma ha garantito continuità istituzionale in un momento in cui la Juventus rischiava di perdere identità e controllo strategico. Ha difeso l’idea che questo club non fosse un asset qualsiasi da comprare e rivendere seguendo cicli di mercato, ma un patrimonio da preservare dentro una logica di lungo periodo.
E questo, in un calcio dove le proprietà cambiano ogni cinque anni inseguendo rendimenti finanziari a breve termine, non è un dettaglio. È la differenza tra essere una squadra ed essere un prodotto finanziario.
La lezione degli altri: quando i miliardari salvatori diventano problem owner
Facciamoci una domanda scomoda: se domani Elkann decidesse di vendere, chi comprerebbe davvero la Juventus? Un fondo americano? Una multinazionale crypto? Un consorzio di investitori stranieri con idee “rivoluzionarie”?
Tradotto: gente che mette soldi per tirarne fuori di più. E, quando il calcio diventa solo un foglio Excel, i risultati sportivi finiscono per essere una voce tra tante, subordinata a obiettivi di redditività trimestrale e strategie di exit.
Guardiamo cosa è successo altrove. Il Manchester United è finito nelle mani della famiglia Glazer, che l’ha caricato di debiti usati per comprare il club stesso, trasformando uno dei brand più ricchi del calcio in una macchina per estrarre dividendi, mentre Old Trafford cade letteralmente a pezzi e la squadra arranca. I tifosi protestano da vent’anni, ma i Glazer incassano e restano, perché il valore del club continua a crescere indipendentemente dai risultati sportivi.
Il Chelsea ha vissuto l’era Abramovich come un sogno: trofei, stelle, investimenti senza limiti. Poi sono arrivate le sanzioni internazionali, la vendita forzata e il club è passato a Todd Boehly, un investitore americano che in due anni ha speso oltre un miliardo in giocatori seguendo una logica da Fantacalcio, creando una rosa di 40 elementi senza né capo né coda, bruciando allenatori ogni sei mesi e trasformando una macchina vincente in un cantiere permanente.
L’Inter ha vissuto stagioni gloriose con Moratti, poi è arrivato Suning, che prometteva investimenti miliardari dalla Cina. Risultato: il gruppo è finito in crisi di liquidità, non riusciva più a pagare gli stipendi, ha dovuto cedere i migliori giocatori e, alla fine, ha venduto a Oaktree, fondo di private equity che ragiona in termini di sostenibilità finanziaria e valorizzazione dell’asset, non di ambizioni sportive.
Anche il Milan ha conosciuto questa parabola: da Berlusconi, che lo trattava come un gioiello personale, al passaggio a Yonghong Li, che si è rivelato una scatola vuota, fino all’arrivo di Elliott, che ha risanato i conti ma con una visione asettica, manageriale, dove ogni investimento deve giustificarsi con proiezioni di ritorno economico.
Il romanticismo dura il tempo di un comunicato stampa. Poi restano i numeri, le conference call con gli investitori, le pressioni per chiudere bilanci in positivo anche a costo di indebolire la rosa. E i tifosi si ritrovano a rimpiangere i tempi in cui il presidente era distante ma almeno non metteva il club in vendita ogni tre anni.
La governance della stabilità: perché Exor ha detto no ad Ardoino
La scelta di Exor di opporsi alle richieste di Tether non è un capriccio né una chiusura ideologica. È una decisione di governance precisa, motivata da ragioni che hanno senso se si guarda al medio-lungo periodo.
Prima di tutto, c’è la questione del controllo decisionale. Con il 67,5% delle azioni e il 78% dei diritti di voto, Exor ha la maggioranza assoluta e può indirizzare tutte le scelte strategiche. Modificare lo statuto per dare maggiore peso ai soci di minoranza significherebbe indebolire questa catena di comando in un momento in cui la Juventus ha bisogno di chiarezza, non di compromessi continui tra visioni diverse.
Tether vuole entrare nei comitati interni del CdA, quelli che decidono politiche commerciali, investimenti digitali e partnership strategiche. Ma permettere a un socio che detiene poco più del 10% di condizionare queste scelte creerebbe un precedente pericoloso: ogni decisione diventerebbe oggetto di mediazione tra la visione di lungo periodo di Exor e gli interessi specifici di Tether, che opera in un settore completamente diverso e con logiche temporali differenti.
Poi c’è il tema reputazionale e regolatorio. Il mondo delle criptovalute è ancora in una fase di consolidamento normativo. L’Unione Europea sta introducendo regole stringenti, gli organismi di vigilanza finanziaria mantengono un atteggiamento prudente e associare troppo strettamente la Juventus a un emittente di stablecoin potrebbe attirare uno scrutinio extra su un club quotato che sta cercando di uscire da anni complicatissimi sul piano giudiziario.
Avere Paolo Ardoino nel consiglio di amministrazione come rappresentante di un socio di minoranza è un conto. Dargli poteri esecutivi o permettere a Tether di influenzare direttamente la governance sarebbe un’altra cosa, con implicazioni che vanno ben oltre il semplice apporto finanziario.
Infine, c’è una ragione più sottile ma fondamentale: la Juventus sotto Exor mantiene una continuità istituzionale che la rende riconoscibile. Non è un progetto che cambia ogni tre anni inseguendo mode o cicli di mercato. È una visione che si misura in decenni, non in trimestri finanziari. E questa stabilità, per quanto possa sembrare noiosa o frustrante nei momenti di difficoltà, è esattamente ciò che distingue i grandi club da quelli che diventano esperimenti finanziari.