Una plusvalenza da manuale, un postilla grottesca e un passato che ritorna. La cessione di Zalewski all’Atalanta racconta molto più del mercato estivo: fotografa l’ipocrisia sistemica del calcio italiano sul tema delle plusvalenze.
Una plusvalenza lampo da oltre 10 milioni di euro in soli sei mesi: l’Inter vende Nicola Zalewski all’Atalanta per 17 milioni, dopo averlo riscattato dalla Roma a 6,5. Un affare d’oro per Marotta & co., un’operazione di mercato legittima che rimpolpa i conti del club e libera risorse. Nulla di nuovo, se non fosse per la cornice narrativa.
Già, perché mentre la notizia rimbalza sui media, ecco spuntare la puntualizzazione che sembra più una difesa preventiva che un dettaglio di cronaca: “la trattativa è completamente slegata da Lookman”, come ha scritto il professor Marco Bava sul suo profilo, citando la precisazione subito fatta dalla Gazzetta e da altri quotidiani sportivi, quasi a voler blindare la cessione di Zalewski e a sterilizzare i sospetti su una doppia operazione Inter-Atalanta.
Il passato che non passa
Il problema è che Inter e Atalanta non sono due club qualsiasi in tema di scambi “creativi”. Le cronache ricordano bene le operazioni del triennio 2017-2019, finite nel mirino della Procura di Milano e della Guardia di Finanza per presunte plusvalenze gonfiate: nomi come Bettella e Carraro raccontano di affari incrociati, rivalutazioni improvvise e bilanci alleggeriti. L’inchiesta è stata archiviata nel 2022, ma il sospetto resta.
E allora, oggi, quando le stesse due società tornano protagoniste di un affare da manuale – Inter che realizza +10,5 milioni netti in un semestre – la scelta di mettere subito le mani avanti su Lookman suona più come una mossa di comunicazione che di chiarezza.
L’ipocrisia sistemica
A cogliere la contraddizione è Massimo Zampini, giornalista e avvocato, che non le manda a dire:
“Sei mesi devastanti per Zalewski valgono una decina di milioni di plusvalenza ma il vero gioiello è la specifica su Lookman. Verrebbe da sorridere per la goffaggine di media e soliti noti sdraiati, ma il tema plusvalenze in Italia è raccontato esattamente con questa ipocrisia.”
E infatti, il bersaglio non è solo l’operazione in sé, ma il contesto: quando si tratta di Juve, le plusvalenze diventano scandalo nazionale; quando riguardano altri club, ecco la sottolineatura sulla “trasparenza” e la rassicurazione che “non c’è alcun legame tra le trattative”.
L’ombra dell’UEFA
Il problema, però, non sono solo i giornali. In un calcio europeo che guarda con attenzione ai bilanci (il nuovo sustainability regulation dell’UEFA è più stringente del vecchio FFP), simili operazioni rischiano di essere lette come una strategia ricorrente per sistemare i conti. Inter e Atalanta possono anche ribadire che Zalewski e Lookman sono dossier separati, ma il punto è un altro: quante volte due club possono scambiarsi affari milionari “casualmente” vantaggiosi senza alimentare sospetti?
Il paradosso italiano
Alla fine, Zalewski è davvero un affare sportivo e finanziario. Ma la cornice narrativa lo trasforma in un paradosso: più si insiste sulla limpidezza dell’operazione, più cresce la sensazione che ci sia qualcosa da giustificare.
In questo, il calcio italiano rimane fedele a sé stesso: le plusvalenze non sono un problema quando fanno comodo, diventano uno scandalo quando servono a colpire un bersaglio politico o sportivo.
E allora sì, Zalewski vale i suoi milioni e l’Inter ha tutto il diritto di gioire. Ma forse, per una volta, sarebbe bastato non aggiungere nulla: perché a forza di dire “non c’entra Lookman”, alla fine sembra proprio che Lookman c’entri eccome.