C’è un’aria nuova a Torino.
Per anni abbiamo visto la Juventus sedersi ai tavoli del calciomercato con l’aria di chi deve solo firmare quello che altri hanno già deciso. Poi è arrivato Damien Comolli e, improvvisamente, il copione è cambiato.
Il caso Kolo Muani è emblematico: il PSG era convinto di incassare una cifra monstre per un giocatore di buon livello, ma non certo imprescindibile. La Juventus aveva messo sul piatto un’offerta importante, calibrata e sostenibile. Quando però le condizioni sono cambiate, Comolli non ha chinato il capo: ha ricalibrato la proposta, difendendo le casse e la dignità del club.
Risultato? Affare saltato. E a Parigi qualcuno non l’ha presa bene.
Non è un mistero che il presidente del PSG, Nasser Al-Khelaïfi, sia figura di grande influenza nei palazzi del calcio europeo. Né che intrattenga rapporti cordiali con Aleksander Ceferin, lo stesso che non risparmiò critiche ad Andrea Agnelli ai tempi della Superlega.
Coincidenze? Forse. Ma nel calcio moderno le coincidenze fanno spesso rima con convenienze.
Quello che conta, per noi tifosi, è che la Juventus abbia finalmente mostrato di non voler fare la parte del comprimario.
Non si tratta di sfidare il sistema a colpi di proclami, ma di sedersi al tavolo con la schiena dritta, anche quando dall’altra parte ci sono club che sembrano giocare con regole tutte loro.
In un’epoca in cui il potere calcistico si concentra nelle mani di pochi, vedere la Juve dire “no” è un segnale forte.
Non sappiamo se questo atteggiamento ci costerà qualche porta chiusa in futuro, ma sappiamo che piegarsi oggi significherebbe rinunciare a essere protagonisti domani.
E allora, ben venga un dirigente che non si lascia intimidire da sorrisi di circostanza e strette di mano interessate.
Perché la Juventus deve tornare a essere la Juventus: rispettata, temuta e, quando serve, scomoda.