Inchieste

“Doppia Curva”: Roberto Saviano smaschera il legame tra ultras, società e ’ndrangheta nel calcio italiano

Nel corso di un’intervista senza filtri rilasciata al podcast Passa dal BSMT di Gianluca Gazzoli, lo scrittore e giornalista Roberto Saviano ha sollevato un tema rovente che il mondo del calcio preferisce non affrontare: l’infiltrazione delle mafie, in particolare della ’ndrangheta, nel sistema delle curve e la complicità, o quanto meno l’omertà, di alcune società calcistiche italiane.

Il fulcro del discorso? L’inchiesta “Doppia Curva”, che secondo Saviano «mostra con prove schiaccianti come le curve di alcune grandi squadre siano diventate veri e propri strumenti di potere criminale, con la tacita approvazione dei club».


“Un gol contro la curva più infiltrata”

Il dibattito è esploso a seguito di un post pubblicato da Saviano dopo una sconfitta dell’Inter contro il Bologna, deciso da un gol all’ultimo minuto. Il messaggio? «Un gol contro la curva più infiltrata e la società più omertosa». Una frase volutamente provocatoria, spiega: «Volevo generare lo scandalo nei tifosi. Volevo che si indignassero, che capissero cosa succede dietro le quinte del loro tifo».

Il messaggio ha fatto il giro del web, ha diviso l’opinione pubblica, ha scatenato reazioni. Eppure, Saviano lo rivendica come necessario: «Se avessi usato un tono istituzionale, come nei miei articoli sul Corriere della Sera, nessuno avrebbe reagito. Ma nel calcio, se non tocchi l’emotività, non ti ascoltano. Il tifoso deve sentire che lo stai provocando, solo così si apre il dibattito».


Il calcio come strumento di potere criminale

Nel cuore del discorso c’è “Doppia Curva”, un’inchiesta che svela come la criminalità organizzata, in particolare la ’ndrangheta, abbia colonizzato pezzi significativi del sistema calcistico italiano. Saviano è esplicito: «Per la prima volta la ’ndrangheta è arrivata a controllare intere filiere economiche legate al calcio: merchandising, gestione dello stadio, riciclaggio attraverso associazioni sportive».

E le conseguenze sono drammatiche. «Hanno ucciso un ultra criminale dell’Inter, Chicchio, perché non voleva federare le due curve. È stato ammazzato da un capo ultra che poi si è pentito, Beretta, e oggi racconta che l’omicidio è stato seguito da un piano di vendetta da parte della ’ndrangheta». Un’escalation criminale che non si ferma alla curva, ma tocca la dirigenza, lo spogliatoio, i risultati in campo.


L’omertà delle società: il caso Inter e non solo

Secondo Saviano, il comportamento delle società è tutt’altro che ingenuo. «Le società si sono dichiarate parte civile solo alla fine, quando era impossibile far finta di niente: omicidi, minacce, pressioni evidenti. Ma per anni hanno taciuto. Hanno lasciato che le curve gestissero biglietti, merchandising, addirittura il catering».

E punta il dito, senza mezzi termini: «Milano si crede immune, ma oggi è la città con la maggiore concentrazione di capitali criminali in Italia. La ’ndrangheta ha costruito perfino i bagni della metropolitana del Duomo. E intanto gestisce ristoranti, imprenditoria, assicurazioni… e squadre di calcio».

Milano, secondo Saviano, ha una peculiarità: «Fa finta che la criminalità sia altrove, che riguardi solo il Sud. Ma è proprio lì che oggi si concentrano i capitali sporchi».


Le differenze tra club: chi ha reagito, chi ha taciuto

Nel suo ragionamento, Saviano distingue tra società che hanno affrontato il problema e altre che lo hanno ignorato. «Il Napoli, per esempio, ha preso posizione. La curva era piena di affiliati alla camorra, ma De Laurentiis ha fatto una scelta: o cacciarli, o essere cacciato. E ha scelto di affrontarli».

Anche la Juventus, secondo Saviano, ha avuto un ruolo attivo: «L’inchiesta è partita dalla denuncia della Juve, non Milan o Inter. Quando si sono trovati con le mani alla gola, con richieste di appalti da parte delle ‘ndrine, hanno denunciato. E l’indagine è partita».

Al contrario, Milan e Inter sarebbero arrivate “in corsa”, secondo Saviano: «Dopo gli omicidi, dopo le pressioni. Solo allora si sono dichiarate parte lesa. Ma per anni hanno lasciato fare, si sono voltate dall’altra parte».


Dalla curva allo spogliatoio: il controllo totale

Uno degli aspetti più inquietanti del racconto di Saviano riguarda l’influenza diretta delle organizzazioni criminali sulle dinamiche sportive: «Fanno estorsione anche sul campo: o ci dai spazio, o ti distruggiamo la squadra. Pressano gli allenatori, minacciano i giocatori, creano tensione negli spogliatoi. Quando vediamo i calciatori parlare con gli ultras, non sono semplici confronti: sono spesso atti di sottomissione».

E cita il caso di Giuseppe Sculli, ex calciatore e nipote del boss Giuseppe Morabito di San Luca: «Lo ricordi mentre parlava con i tifosi che chiedevano di togliersi la maglia? Quelle scene sono emblematiche. Il calcio è diventato l’ultimo tempio, il mito che gli italiani non vogliono vedere violato. Eppure è già successo. Sta succedendo ora».


La provocazione come arma, il silenzio come risposta

Il messaggio provocatorio, spiega Saviano, è stato uno strumento per rompere l’indifferenza. «Se l’Inter mi avesse querelato, avrei portato in tribunale i pentiti, i testimoni, i documenti. Ma non conviene. Perché sanno».

E aggiunge: «L’unico modo per far arrivare il messaggio è toccare la pancia del tifoso. E così è stato. Per la prima volta si è acceso un dibattito vero, non grazie agli articoli, ma grazie a una provocazione calcistica. Il che la dice lunga su quanto siamo affezionati al nostro mito, e quanto siamo ciechi davanti alla sua corruzione».

L’accusa finale: “Se mi denunciassero, porterei tutto in tribunale”

Ma cosa ha fatto la proprietà dell’Inter dopo l’esplosione mediatica del caso? «Ovviamente non si è mossa», risponde Saviano. E spiega perché:

«Se mi denunciava in tribunale, tutto quello che dico lo portavo e lo porto. Non gli conviene per niente. Perché verrebbero a testimoniare Beretta e tutti quelli che hanno parlato con la società. E lo sanno.»

Un’accusa che va ben oltre la provocazione. È un atto d’accusa formale, pubblico, diretto. E soprattutto, è un invito a non archiviare il problema con la solita pacca sulla spalla del “così va il calcio”.


Conclusione: il calcio come specchio dell’Italia

L’intervento di Roberto Saviano a Passa dal BSMT non è solo una denuncia contro le curve infiltrate o le società omertose. È un atto d’accusa contro un intero sistema che preferisce nascondere la polvere sotto il tappeto, alimentando la retorica dell’eccezionalismo sportivo mentre la criminalità si fa largo tra spalti, magliette e contratti.

«Il calcio è malato. È tempo di svegliarsi», conclude Saviano. Ma chi avrà il coraggio di curarlo?

Nota

L’inchiesta “Doppia Curva” è ancora oggetto di approfondimenti e procedimenti giudiziari. Le dichiarazioni riportate in questo articolo riflettono il contenuto pubblico del podcast Passa dal BSMT e le posizioni espresse da Roberto Saviano.