Il silenzio non è mai neutrale, specialmente se selettivo. Spesso è astensione, indirizzo verso altro, necessità di allontanare perturbazioni, strategia di costruzione di una narrativa specifica.
Se il silenzio viene, poi, sistematicamente utilizzato da chi della comunicazione e della diffusione delle notizie dovrebbe fare la propria missione, allora non siamo più di fronte a semplice disattenzione, ma a una precisa scelta editoriale che orienta la percezione pubblica e altera il racconto sportivo.
Il confronto Boniface Diouf
Parlando di calcio, la stampa dovrebbe caratterizzarsi per il compito di informare i tifosi su quanto avviene in campo e fuori, magari ancheindagando sulle dinamiche dei club. Eppure,anche quando si parla di calciomercato, per esempio, assistiamo a strampalate scelte editoriali di certe redazioni, che arrivano addirittura a disegnare improbabili ritratti di calciatori. Boniface, nuovo acquisto del Milan, ad esempio, è stato salutato con titoli che lo definiscono come una riserva, un ragazzo dal carattere difficile, pieno di incognite fisiche e comportamentali; al contrario, Diouf, nuovo arrivo dell’Inter, dipinto come agente vettoriale dei più ambiziosi e alti valori sportivi.


Il doppio standard mediatico
Parliamo, dunque, di semplice e fin troppa manifesta imparzialità. Ma ciò che colpisce di più non è tanto ciò che viene detto, quanto ciò che viene taciuto, il rumore che non sempre segue la notizia, e il silenzio che non è mai casuale.
Alcuni club finiscono regolarmente sotto i riflettori per ogni minimo errore o polemica, mentre altri sembrano godere di una sorta di immunità mediatica. Tra questi, l’Inter è spesso al centro di uno straordinario silenzio assordante.
Quando si tratta di Juventus, Milan, Napoli o Roma, la stampa sportiva italiana non esita a sollevare polveroni mediatici. Titoli a caratteri cubitali, talk show infuocati, moviole infinite. Ma quando l’Inter è coinvolta, il tono cambia: si minimizza, si relativizza, si sposta l’attenzione.
Questo doppio standard mina la credibilità dell’informazione sportiva e alimenta la percezione di una stampa non equidistante.
Le ragioni del silenzio
Perché la stampa tace? Le ipotesi sono molte:
• Influenze editoriali: alcuni grandi gruppi editoriali hanno legami storici o economici con l’ambiente nerazzurro.
• Narrativa favorevole: l’Inter è stata spesso presentata come “vittima del sistema”, le vittorie sono state accolte con enfasi tali da trasformare molti giornalisti in acrobaticissime cheerleader, le sconfitte sono state descritte comunque come trionfi – a testa alta e con tanto di grande percorso.
• Convenienza politica: criticare certi club può portare a ritorsioni o perdita di accesso privilegiato. Si ricordano, per esempio, moniti pubblici a giornalisti di inchiesta, come Ranucci ripreso in una puntata di Linea Notte da Mannoni, in quanto considerato reo di aver dedicato un servizio di Report a Calciopoli.
Le conseguenze
Questo silenzio selettivo non è solo una questione di tifo. Ha effetti concreti:
• Distorsione della realtà sportiva.
• Influenza sull’opinione pubblica.
• Pressioni asimmetriche su arbitri e istituzioni.
Conclusione
Il giornalismo sportivo dovrebbe essere il cane da guardia dello sport, non il suo megafono selettivo. Quando la stampa tace dove dovrebbe parlare, tradisce la sua funzione e contribuisce a un clima di sfiducia e disinformazione. È tempo di chiedere più equilibrio, più coraggio e soprattutto più verità.
Certo nessuno immagina, ad esempio, la Gazzetta dello Sport improvvisamente come una redazione di giornalisti investigativi tipo quelli del Boston Globe o del Washington Post, ma auspicheremmo un po’ tutti che il giornalismo italiano si riappropri di più equilibrio, più coraggio e soprattutto più verità. Tutti gli uomini del Presidente dovrebbe essere un vecchio film fonte di ispirazione per un giornalismo libero e coraggioso, non la fotografia di una stampa che più che interrogare il potere, sembra spesso orbitargli attorno con una certa deferenza, preferendo allinearsi al potere calcistico dominante, piuttosto che raccontarlo.