Inchieste

Giustizia sportiva o zona franca dell’impunità? L’appello di Mauro Berruto rompe il muro dell’omertà

Nel cuore della democrazia italiana, è risuonato un discorso che ha il peso delle verità scomode e il coraggio di chi non teme ritorsioni. L’onorevole Mauro Berruto, ex CT della nazionale di pallavolo e oggi deputato del Partito Democratico, ha avuto l’ardire di sollevare una questione che in troppi, da troppo tempo, preferiscono ignorare: la giustizia sportiva italiana è una fortezza blindata, autoreferenziale, impermeabile a ogni principio di trasparenza e legalità.

Davanti a un Parlamento spesso timoroso di sfidare certi poteri consolidati, Berruto ha messo nero su bianco quello che molti sussurrano nei corridoi ma nessuno osa denunciare apertamente. Ha chiesto un’indagine conoscitiva in VII Commissione sulla giustizia sportiva. Nient’altro che una richiesta di verità, di chiarezza. Eppure, la reazione è stata isterica, sproporzionata. Come se avesse fatto irruzione con un plotone dei carabinieri nelle sedi federali.

Ma chi ha paura della verità?

Un sistema malato

Nel suo intervento in Aula, Berruto ha parlato di un sistema in cui i presidenti federali nominano i giudici che dovrebbero giudicarli. Una stortura democratica che fa rabbrividire. Altro che “giustizia sportiva”: qui siamo davanti a un potere che si autolegittima, che si difende da sé e che, soprattutto, usa i tribunali sportivi come clava per annientare dissidenti e oppositori. Non è solo sport: è politica, è gestione autoritaria del potere.

Non è un caso che ben cinque degli otto candidati alla presidenza del CONI si siano candidati pur sapendo di non avere alcuna possibilità di elezione. Lo hanno fatto solo per poter prendere la parola, denunciare, esistere pubblicamente contro un sistema che li censura. In un Paese democratico, è una vergogna. In un Paese normale, sarebbe già scoppiato uno scandalo.

Il muro dell’omertà

L’onorevole Berruto ha evocato un nome che dovrebbe far riflettere tutti: il generale Enrico Cataldi, superprocuratore del CONI, che nel 2018 si dimise denunciando l’impossibilità di fare giustizia nello sport. “Qui c’è un muro che si oppone a ogni cambiamento”, disse. Ma il suo grido rimase inascoltato. Perché quel muro c’è davvero, ed è fatto di connivenze, interessi, codici di silenzio e viltà politica.

Un muro che Berruto oggi ha osato scalfire. E lo ha fatto con la sola arma della parola parlamentare, chiedendo trasparenza, equità, legalità. Ma è bastato questo a scatenare reazioni scomposte, difensive, tipiche di chi ha molto da nascondere e nulla da spiegare.

Chi si oppone a un’indagine ha paura di cosa può emergere

In una democrazia vera, una proposta d’indagine non dovrebbe spaventare nessuno. E invece qui sì. Perché chi guida oggi il mondo sportivo italiano non tollera incursioni esterne, non ammette sguardi indipendenti. La giustizia deve restare “cosa delle federazioni”, come se le regole dello Stato potessero essere sospese al confine degli stadi.

Berruto ha avuto il coraggio – e la solitudine – di dire ciò che in troppi preferiscono ignorare. Non ha parlato da politico, ma da cittadino indignato, da sportivo tradito, da uomo delle istituzioni che ancora crede che la giustizia debba valere per tutti, anche per chi porta il logo di una federazione sul petto.

Il suo intervento non può restare lettera morta. Se il Parlamento ha un briciolo di dignità, se la politica vuole ancora contare qualcosa in questo Paese, è il momento di aprire quella benedetta indagine. Non per vendette, non per faide, ma per restituire al mondo dello sport il diritto e la giustizia che gli spettano.